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L’economia italiana dal 2018 ad oggi, ha prodotto ogni anno beni e servizi per oltre 2.000 miliardi di euro, collocandosi, quindi, per dimensione assoluta del suo PIL, nei primi dieci posti al mondo. Inoltre, ha scambiato beni e servizi con gli altri paesi per un valore di oltre 1.000 miliardi, confermandosi molto aperta al commercio internazionale. Esportiamo più di quanto importiamo, il nostro indebitamento netto con l’estero è ormai positivo dal 2021. Siamo dunque ancora una grande economia, competitiva con le altre Nazioni. Ma potremmo esserlo molto di più. L’economia italiana ha infatti da almeno vent’anni una malattia che si è cronicizzata: ha perso la capacità, che ha avuto per decenni, di svilupparsi con l’intensità necessaria a tenere il passo degli altri Paesi con cui si confronta. Nell’area dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che raggruppa i 36 paesi più avanzati del mondo, la crescita economica negli ultimi vent’anni è stata in media tra l’1% e il 3%, in Italia dello 0.5%-0.8%.

Per spiegare questo divario non possiamo tirare in ballo considerazioni legate alla “domanda”, quella delle famiglie che consumano, degli imprenditori che investono, degli stranieri che comprano da noi. Non perché la domanda sia ininfluente, ma perché essa non ci aiuta a capire un fenomeno che dura da così tanto tempo e che ha attraversato varie oscillazioni del ciclo economico. D’altronde ciò è del tutto naturale: teoria e storia ci insegnano che lo sviluppo di lungo periodo delle economie di mercato è determinato dalle capacità e dalle scelte delle imprese espresse da quelle economie. Quindi è sulla “offerta” che va concentrata la nostra analisi, cioè sulla produzione, sulle condizioni in cui essa si svolge, sulle imprese che ne sono autrici. Le imprese naturalmente non vivono in un vuoto pneumatico, sono immerse in un ambiente umano e istituzionale fatto di lavoro, politica, leggi, regolamenti e tanto altro. Le loro capacità e le loro scelte ne sono influenzate, plasmate. Quell’ambiente è il terreno elettivo della politica. Ora, il ristagno della produzione ha una causa prevalente: da molto tempo l’efficienza, cioè la produttività, delle imprese e dei loro lavoratori, cresce da noi, quando cresce, molto più lentamente che negli altri Paesi. Le difficoltà attuali dell’industria italiana non possono essere ricondotte a un solo fattore né attribuite esclusivamente alla politica nazionale. Negli ultimi vent’anni, il settore manifatturiero ha dovuto affrontare una serie di trasformazioni globali che ne hanno messo a dura prova la competitività. La crisi finanziaria del 2008, innescata dal fallimento di Lehman Brothers, ha lasciato segni profondi nel tessuto produttivo italiano. La contrazione del credito ha costretto molte aziende a tagliare i costi e, tra le prime voci colpite, c’è stata la riduzione del personale. Questo ha comportato la perdita di competenze strategiche, con un impatto diretto sulla produttività e sulla capacità di innovazione delle imprese. Successivamente, la rivoluzione digitale ha ridefinito i processi produttivi, con l’introduzione di tecnologie avanzate come l’Intelligenza Artificiale e l’Industria 4.0. Sebbene questi strumenti abbiano migliorato l’efficienza e ottimizzato la produzione, molte aziende, in particolare le piccole e medie imprese, hanno faticato a stare al passo con l’innovazione, restando indietro rispetto ai competitor internazionali. Parallelamente, gli equilibri economici globali sono cambiati radicalmente. La delocalizzazione in Cina, inizialmente vista come un’opportunità per ridurre i costi di produzione, si è rivelata una strategia rischiosa con l’inasprirsi delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. Dazi e restrizioni tecnologiche hanno costretto molte imprese italiane a riconsiderare la loro strategia di internazionalizzazione, valutando il reimpatrio o il trasferimento della produzione in altri Paesi asiatici e dell’Europa dell’Est.

A complicare ulteriormente il quadro, le sanzioni imposte alla Russia hanno ridotto le opportunità di export per settori chiave come la meccanica, il lusso e l’agroalimentare, spingendo le imprese italiane a individuare nuovi mercati in Nord America, Medio Oriente e Africa. Infine, l’Inflation Reduction Act varato dagli Stati Uniti ha incentivato la rilocalizzazione industriale sul suolo americano, aumentando la pressione competitiva sulle aziende italiane. L’elezione di Donald Trump nel 2024 ha accentuato queste dinamiche, con un rafforzamento delle politiche protezionistiche che stanno ridisegnando gli equilibri commerciali globali. Ma oltre a questi elementi, la principale causa del declino italiano è di natura strutturale. L’Italia presenta un sistema produttivo duale, dominato da microimprese: nel 2023 il 96% delle aziende italiane aveva meno di 10 addetti, con una produttività drasticamente inferiore rispetto alle medie europee e una limitata capacità di investire in innovazione, ricerca e capitali ad alto rischio. Le imprese medio-grandi, più produttive e competitive, sono troppo poche per trainare l’intero sistema. Questa caratteristica, spesso celebrata come espressione del dinamismo imprenditoriale del Paese, è tuttavia anche una delle principali ragioni della sua bassa produttività e della limitata capacità innovativa. Le microimprese hanno strutturalmente meno risorse da investire in tecnologia e digitalizzazione, ricerca e sviluppo, formazione tecnica e manageriale, internazionalizzazione, modernizzazione degli impianti. La loro capacità di assorbire innovazione è quindi ridotta. Nel 2022, ad esempio, la spesa delle piccole imprese italiane in R&S è addirittura diminuita del 5,3%, mentre la crescita dell’innovazione è stata trainata quasi interamente dalle grandi imprese. Questa fragilità si intreccia con un altro nodo fondamentale: la mancanza cronica di una politica industriale coerente. Mentre Stati Uniti, Francia e Germania hanno lanciato massicci programmi di sostegno alla manifattura, investendo in settori strategici come IA, semiconduttori, energia e infrastrutture, l’Italia è rimasta prigioniera di politiche industriali frammentate o puramente orizzontali, incapaci di individuare priorità strategiche e sostenere settori ad alta tecnologia. In un contesto globale dominato da transizioni energetiche e competizione tecnologica, questo vuoto, pesa in modo significativo sulla capacità del Paese di restare competitivo. La produzione industriale italiana è in calo continuo da oltre un anno e mezzo, e non mostra segnali di inversione di rotta. Dal 2007, il Paese ha perso quasi un quarto della propria manifattura, mentre Francia e Germania hanno aumentato l’accesso al credito e sostenuto gli investimenti, contribuendo a rafforzare i propri settori industriali. L’Italia, invece, ha visto crollare i finanziamenti alle imprese da 929 a 641 miliardi di euro tra il 2011 e il 2024. Una delle manifestazioni più evidenti del declino industriale italiano è la crescente perdita di controllo delle imprese nazionali, acquisite da gruppi stranieri.

Si tratta di un fenomeno che va ben oltre episodi isolati: negli ultimi quindici anni, l’Italia ha vissuto una vera e propria stagione di “shopping straniero”, con quasi 3.000 acquisizioni tra 2008 e 2023, per un valore di circa 200 miliardi. Il solo 2024 ha segnato oltre 400 nuove acquisizioni di imprese italiane da parte di soggetti esteri. Il 2024 ha visto operazioni eclatanti: Iveco acquisita per 3,8 miliardi da Tata Motors, Bialetti passata al fondo lussemburghese-cinese NUO Capital, Prima Assicurazioni, il cui 51% è stato acquisito da AXA, aumento della quota di Temasek in Zegna, cessioni eccellenti come Gucci, Parmalat, Ducati, Loro Piana, Ferretti Group, Autogrill, e molte altre negli anni precedenti. Le ragioni di questa vulnerabilità sono molteplici: aziende familiari spesso incapaci di gestire passaggi generazionali, carenza di capitali per investire, debolezza del sistema finanziario domestico, struttura produttiva frammentata. Per investitori stranieri, l’Italia appare come un mercato ricco di eccellenze, ma privo di difese strategiche. Non tutte le acquisizioni straniere sono negative. In molti casi, il capitale internazionale consente a marchi italiani di crescere, modernizzarsi e competere globalmente. Ferretti Group, salvata dalla cinese Weichai, è tornata a investire e quotarsi in Borsa; molte produzioni restano in Italia, preservando qualità e occupazione. Tuttavia, i rischi sono consistenti: perdita di know-how, dipendenza da decisioni prese all’estero, delocalizzazione dei fornitori e possibilità che i centri decisionali, quindi la capacità strategica nazionale, si spostino fuori dal Paese. Le imprese a controllo estero rappresentano meno dello 0,5% del totale, ma generano una quota altissima di export, valore aggiunto e investimenti in ricerca: una concentrazione di potere economico nelle mani di pochi attori non italiani è un rischio per l’autonomia industriale del Paese. Nonostante le difficoltà strutturali e un contesto globale complesso, l’Italia non è priva di leve per riaccendere la crescita.

I dati mostrano infatti che la domanda interna rimane solida e che l’occupazione continua a crescere, superando perfino il ritmo del PIL negli ultimi anni. Allo stesso tempo, il PNRR rappresenta un’opportunità storica: gli investimenti infrastrutturali, digitali e tecnologici previsti per il 2025–2026 possono trasformarsi in un volano per rafforzare la capacità produttiva del Paese, soprattutto se accompagnati da scelte strategiche chiare. Inoltre, molte realtà italiane, pur di piccole dimensioni, continuano a distinguersi nel mondo per creatività, qualità, specializzazione e spirito imprenditoriale. Quando queste eccellenze riescono a crescere, a fare rete, o ad attrarre capitali (anche esteri), spesso tornano competitive sui mercati globali, come dimostrano vari casi di imprese rilanciate con successo dopo investimenti mirati. Il quadro internazionale resta sfidante, ma non immobile: settori come la transizione energetica, il design avanzato, l’agroalimentare di qualità, l’automazione, i servizi tecnologici e la meccanica di precisione offrono all’Italia spazi competitivi che altri Paesi faticano a replicare. A ciò si aggiunge un capitale umano che, pur in un contesto difficile, continua a dimostrare resilienza e capacità di adattamento. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questi punti di forza in massa critica, grazie a una politica industriale più consapevole e a un sistema imprenditoriale capace di guardare oltre i propri confini. Se il Paese saprà cogliere questa occasione, investendo in innovazione, competenze, sostenibilità e dimensione d’impresa, allora il declino attuale potrà diventare la premessa di una nuova fase di ripartenza. Perché l’Italia, quando decide davvero di cambiare passo, ha sempre dimostrato di saper sorprendere.

"La crisi è la distruzione creatrice del vecchio per far posto al nuovo."

(Joseph A. Schumpeter, economista e sociologo)