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Intelligenza artificiale vs coscienza: chi vincerà la sfida? Parla lo scienzato-umanista che ha creato la Silicon Valley

Lo hanno definito il più grande fisico del mondo dopo Enrico Fermi. Ma lui, Federico Faggin, classe 1941, nato a Vicenza e dal 1968 residente negli Stati Uniti, si limita a sorridere quando glielo si fa presente. Sta di fatto che «senza Faggin la Silicon Valley si chiamerebbe ancora Santa Clara Valley», come ha avuto modo di rimarcare Bill Gates in una frase diventata ormai celebre. Perché è stato proprio grazie a Faggin che quella regione della California è assurta a polo tecnologico mondiale del silicio. Al grande fisico italiano si devono infatti – tra l’altro – l’invenzione dei microprocessori e quella della tecnologia touchscreen.

Ma il lato forse più affascinante della personalità di Federico Faggin, è che la sua profonda conoscenza della tecnologia e le sue grandi intuizioni nel campo della fisica vanno a braccetto con una sconfinata passione per le scienze umane. Forse retaggio dell’aria che si respirava in famiglia (suo padre, Giuseppe, era libero docente di storia della filosofia e aveva anche tradotto le Enneadi di Plotino). Niente di strano, quindi, che proprio Faggin sia stato protagonista la scorsa primavera di una serie di incontri dedicati a un tema molto attuale: il ruolo della coscienza nell’era dell’intelligenza artificiale.

Gli incontri si sono svolti in varie location, tra cui la Sala Conferenze della sede centrale di Banco Desio; il Teatro Dal Verme di Milano (su iniziativa dell’associazione Progetto Itaca); il Teatro Lorenzo da Ponte di Vittorio Veneto. E hanno registrato sempre il tutto esaurito. Segno evidente che l’argomento non lascia indifferenti. In un contesto in cui l’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale solleva interrogativi sempre più concreti sul rischio di delega alle macchine e sull’indebolimento del pensiero critico, le parole di Faggin hanno fatto riflettere su alcune grandi domande dell’era moderna: può l’intelligenza artificiale sostituire la coscienza? e in questo contesto, dove si inserisce il libero arbitrio umano?

«Nel corso della mia esperienza mi sono interrogato a lungo su cosa sia davvero la coscienza, arrivando alla conclusione che non può essere ridotta a semplici segnali elettrici nel cervello. L’esperienza interiore - i sentimenti, le emozioni, la consapevolezza - non è direttamente misurabile e non può essere spiegata solo in termini materialistici. È da qui che nasce l’esigenza di superare una visione puramente riduzionista della realtà, riconoscendo l’esistenza di una dimensione più profonda e interconnessa, che la fisica quantistica in parte suggerisce. In questo senso, l’intelligenza artificiale resta uno strumento potente ma limitato: può elaborare informazioni, ma non comprendere né sviluppare una vera coscienza o un’etica. La responsabilità, quindi, resta sempre umana, perché solo noi abbiamo la capacità di dare significato, scegliere e costruire relazioni autentiche». Questo, in sintesi, il pensiero di Federico Faggin. Che nel corso dei diversi incontri ha voluto quasi condurre per mano la platea, invitandola a seguire passo passo i suoi ragionamenti.

Il primato dell’uomo sulla macchina

L’intelligenza artificiale di per sé, insomma, non rappresenta un pericolo per l’uomo, come da più parti si teme. Il problema sta semmai nel fatto che l’uomo possa convincersi (o venga convinto) di esserle inferiore. «Non è l’intelligenza artificiale a voler soppiantare gli esseri pensanti – ha avvertito Faggin senza peli sulla lingua –, ma sono semmai coloro che la sviluppano con l’obiettivo di raggiungere un controllo totale sui propri simili».

Certo non è facile – soprattutto per chi non ha solide basi culturali – competere con le capacità mirabolanti della AI, che viene ormai trattata alla stregua di una persona in carne ed ossa, e considerata in grado di interagire da pari a pari con gli umani. Vi si ricorre non solo per elaborare testi, musiche, illustrazioni, per scrivere libri o per effettuare complicati calcoli aritmetici, ma spesso persino per risolvere problemi di ordine emotivo o psicologico. Faggin, però, mette i puntini sulle i. Per lui la definizione stessa di “intelligenza artificiale” è discutibile. «Perché l’intelligenza è di per sé creativa. Aggiunge qualcosa che prima non c’era. Il computer invece si serve dei simboli che noi gli abbiamo insegnato a utilizzare, e ce li ripropone in varie combinazioni. Certo, la macchina ha una memoria molto superiore a quella umana, e in più ha una capacità di elaborazione velocissima. Ma la sa lunga solo sugli argomenti che noi non conosciamo, e comunque restano sempre ombre nell’interpretazione. L’intelligenza artificiale ci fornisce un frullato di nozioni, ma le risposte sono ricavate in base a un calcolo delle probabilità. Se la AI si trova a dover fare i conti con tre o quattro opzioni che hanno la stessa incidenza di probabilità, non è in grado di scegliere». Solo in un caso l’intelligenza artificiale supera l’essere umano: quando si tratta di applicare le regole. Per esempio per risolvere problemi matematici, o per giocare una partita a scacchi. 

Insomma, secondo Faggin non dobbiamo temere l’avvento di un’era in cui saranno le macchine a comandare. Perché le macchine non sono dotate di coscienza. Ed è proprio la coscienza a creare la matematica, che è la “benzina” con cui le macchine lavorano.

Una lezione di fisica quantistica

Seguire il pensiero di questo poliedrico e geniale studioso non è facile. Soprattutto quando dal mondo degli algoritmi passa a quello della fisica quantistica. Ma anche solo provarci, senza la pretesa di capire tutto, vuol dire avventurarsi in un terreno pieno di sorprese e di meraviglia. «La coscienza non ha nulla a che vedere con le macchine, e così anche un’altra prerogativa tipicamente umana: il libero arbitrio», è la convinzione di Faggin. Coscienza e libero arbitrio non potranno mai essere assimilati dall’intelligenza artificiale, perché non sono simboli o algoritmi, vale a dire non fanno parte del linguaggio delle macchine. E cosa sono allora? Sono prerogative proprie soltanto dei campi quantistici.

Qui la strada lungo cui Faggin ci invita a camminare diventa ancora più impervia. Il termine “quanto” indica la misura minima indivisibile di energia. La fisica quantistica è stata formulata per spiegare la natura degli elettroni, il cui comportamento non risponde alle regole della fisica classica. «Gli elettroni – ha cercato di spiegare Faggin – non viaggiano nella dimensione spazio-tempo. Non seguono regole note, ma “scelgono” dove e come manifestarsi. Significa quindi che esiste un’altra realtà che noi non siamo in grado di cogliere». Del resto – Faggin ne è convinto – l’esperienza interiore degli esseri umani non si può spiegare attraverso formule matematiche. Ecco perché la scienza, per risolvere il problema alla radice, ha eliminato l’interiorità dal proprio bagaglio. Persino un sentimento che crediamo di conoscere così bene come l’amore, non può essere spiegato. Forse da un poeta, ma sicuramente non da uno scienziato.

 Ma cosa c’entrano i quanti e gli elettroni con l’intelligenza artificiale e il ruolo della coscienza? C’entrano eccome. L’elettrone non segue le regole della fisica tradizionale perché è dotato di coscienza e libero arbitrio. E se l’uomo è composto da campi quantistici, la coscienza e il libero arbitrio sono dentro di lui. Nessuna macchina potrà mai avere queste caratteristiche.

Da umano a sovrumano

Ancora un passo avanti. Corpo, mente e spirito. Di questo è fatto l’uomo, e nessuna macchina potrà mai emularlo. Di più: l’uomo è un campo quantistico formato da cellule che continuano a dividersi e moltiplicarsi, e ogni cellula ha dentro di sé il potenziale di conoscenza del tutto. Faggin va oltre: la mente fa da ponte tra spirito e materia, come in un sorta di trinità. Se il nostro corpo si muove nella dimensione spazio-tempo, la mente e lo spirito seguono percorsi diversi, che noi non conosciamo perché ci è evidente soltanto l’universo fisico.

«Rendiamoci conto – ha detto Federico Faggin – che l’unico universo di cui abbiamo contezza, cioè appunto quello fisico fatto di materia ed energia (di cui per altro ignoriamo la provenienza), rappresenta al massimo il 5% del totale. Ad oggi siamo riusciti a calcolare approssimativamente l’esistenza di un trilione di galassie. Chissà che cos’altro c’è di immenso che sfugge alla nostra percezione. Un universo mentale e un universo spirituale che nemmeno ci immaginiamo. E stiamo a preoccuparci della possibilità che l’intelligenza artificiale soppianti l’uomo?».

È un nuovo umanesimo, quello proposto da Faggin. Anzi, quasi un “sovrumanesimo”. Lo scienziato e il visionario procedono di pari passo. La coscienza, secondo lo studioso, non è legata alla sopravvivenza del corpo e può continuare ad esistere anche dopo la morte materiale. Scenari inediti (almeno per il mondo della scienza) si aprono. La spiritualità si fa strada tra formule e algoritmi. «La fisica quantistica è la mente dell’universo». E tutto sommato è bello crederci.