In un’epoca dominata dalla rapidità delle transazioni immateriali e dalla spersonalizzazione dei servizi, esiste un luogo dove l’economia ha mantenuto il suo significato più nobile e originario. Quel luogo è Auronzo di Cadore, nel cuore delle Dolomiti Bellunesi.
Nota ai più per la maestosità delle Tre Cime di Lavaredo, questa perla territoriale custodisce nel suo tessuto sociale un modello d’avanguardia di gestione collettiva e solidarietà mutualistica. Si tratta di un ecosistema socio-economico unico che offre spunti di riflessione profondi per chiunque metta al centro del proprio operato la vicinanza ai territori, il sostegno alle economie locali e il valore delle relazioni umane.
Le istituzioni storiche di Auronzo, ovvero le Regole, di origine medioevale, e l’Ente Cooperativo di Consumo di Mutuo Soccorso, fondato nel 1872, non sono reperti archeologici di un passato montano nostalgico. Sono, al contrario, i pilastri di un’infrastruttura solida. Una rete capace di superare crisi sistemiche, guerre e, non ultimo, i drammatici shock indotti dal cambiamento climatico.
Questo fitto tessuto di solidarietà e cura del bene comune non è un sistema isolato o puramente museale. Esso dialoga costantemente con la modernità, anche attraverso il Consorzio Turistico Tre Cime Dolomiti che rappresenta l’interfaccia verso l’esterno: trasferisce il valore di questo territorio ai visitatori e traduce l’accoglienza in economia locale. Le Regole e le reti di mutuo soccorso ne costituiscono, invece, le fondamenta sociali ed etiche. È proprio questa sinergia tra tutela comunitaria delle risorse e la loro valorizzazione sostenibile a definire l’anima della comunità cadorina.
Vediamone logica, tempi e modi
L’identità della Val d’Ansiei si fonda su un’espressione chiave: “proprietà collettiva inalienabile”. Per comprenderla occorre fare un flashback temporale e tornare al 1321. È l’anno in cui vengono redatti i primi “Laudi”, gli statuti della Regola di Villagrande e della Regola di Villapiccola. Queste istituzioni da centinaia di anni gestiscono in modo collettivo e indivisibile i beni agro-silvo-pastorali del territorio, un terzo modo di possedere la terra oltre la proprietà collettiva e la proprietà privata: la proprietà privata delle Regole ad uso collettivo.
Nel Medioevo la vita in quota era un severo negoziato quotidiano con la sussistenza. Le comunità locali compresero presto una grande verità economica: la parcellizzazione e la privatizzazione delle risorse avrebbero polverizzato il territorio. Al contempo, la sottomissione al feudatario di turno lo avrebbe impoverito a vantaggio di pochi.
La terra come bene comune
Sotto la guida del Marigo (il presidente) e dei Laudadori (i consiglieri), la terra non apparteneva al singolo e nemmeno al potere feudale, ma alla comunità dei “Regolieri”, i capifamiglia discendenti dagli antichi originari del luogo. Erano loro a stabilire quanti alberi tagliare e quanto bestiame mandare nei pascoli nei territori di Maraia e Popena. La pianificazione dello sviluppo non guardava al trimestre finanziario successivo, ma alle necessità delle generazioni a venire.
Questa solidità istituzionale permise ad Auronzo di stabilire dei buoni rapporti con la Repubblica di Venezia con la quale dal 1420 il Cadore siglò un vero e proprio patto geopolitico. La Serenissima otteneva il legname pregiato (l’abete rosso) per i cantieri dell’Arsenale, per i pali sui quali era costruita la città stessa e per il funzionamento delle vetrerie. In cambio, riconosceva l’autonomia statutaria e l’intangibilità dei beni collettivi. Si trattava di un equilibrio perfetto che resistette persino alla furia centralizzatrice di Napoleone Bonaparte.
“All’epoca il legname era la prima fonte di reddito. Veniva trasportato fino a Perarolo attraverso la fluitazione prima e i carri trainati dai buoi o cavalli poi. Da qui, lungo il corso del Piave, fino a Venezia”, racconta la professoressa Ilde Pais Marden Nanon, da anni in prima fila nella valorizzazione culturale della Val d’Ansiei. In sostanza, quando nel 1806 il decreto imperiale impose l’abolizione delle Regole per sostituirle con i Comuni moderni, il secolare modello economico entrò in profonda crisi. La gestione collettiva dovette piegarsi alle nuove logiche di mercato. La situazione fu aggravata dalla spietata concorrenza del legname austriaco che, attraverso la neonata rete ferroviaria, raggiungeva Venezia in minor tempo e a costi decisamente inferiori, spezzando per sempre l’antico monopolio cadorino. La comunità rispose, però, con una resistenza burocratica e identitaria straordinaria.
Poi, con la caduta di Napoleone e il subentro dell’Impero asburgico, Vienna non poté che prendere atto dell’efficienza di quell’autogoverno, ripristinandone i poteri. Diritti che furono poi difesi con successo persino nelle aule giudiziarie del Regno d’Italia.
Un modello sociale basato sulla solidarietà
Le Regole erano nate dunque per proteggere la terra dal degrado e dalle speculazioni, ma altrettanta attenzione fu posta nei confronti dei soggetti deboli in generale, una priorità per la comunità auronzana fin dai tempi più antichi. La solidarietà era il principio fondamentale di una società basata su un’economia di sussistenza almeno fino nella seconda metà dell’Ottocento. Con questa finalità esistevano confraternite laiche e religiose che si occupavano delle persone più deboli, come la “Frades”, cioè “Fratellanza”, sopravvissuta fino alla metà del Novecento.
In continuità con queste istituzioni nel 1872, in un’Italia post-unitaria segnata da una povertà diffusa e dalla totale assenza di tutele pubbliche per i lavoratori, si rese necessaria un’altra infrastruttura con l’obiettivo focalizzato sulla protezione della persona: la Società Operaia di Mutuo Soccorso, divenuta Ente Cooperativo di Consumo di Mutuo Soccorso nel 1987.
Immaginiamo la vita di un boscaiolo o di un artigiano dell’epoca: un infortunio o una malattia significavano la fame immediata per l’intero nucleo familiare. L’unica alternativa era l’emigrazione transoceanica.
L’Ente nacque dall’unione dei piccoli risparmi dei cittadini, una forma straordinariamente efficace di finanza etica e cooperazione dal basso. L’obiettivo iniziale era duplice: offrire sussidi monetari nei momenti di malattia e acquistare generi alimentari e di prima necessità all’ingrosso. Questo permetteva di rivenderli a prezzi calmierati ai soci.
Il capolavoro gestionale di questa istituzione fu la fondazione e la conduzione della Farmacia Cooperativa locale. In una valle montana isolata, la presenza di un farmacista e la distribuzione accessibile dei medicinali non erano dettagli commerciali, ma rappresentavano la linea di demarcazione tra la vita e la morte.
Si tratta di un presidio socio-sanitario che ancora oggi, gestito dall’Ente, reinveste i propri utili non per remunerare un capitale speculativo, ma per finanziare il welfare di prossimità di Auronzo. Tra le iniziative concrete figurano borse di studio, diarie ospedaliere per i soci e interventi di sostegno alle famiglie residenti.
La vera prova del fuoco dell’era moderna è arrivata nella notte tra il 28 e il 29 ottobre 2018, quando la Tempesta Vaia ha sferzato il Nord-Est con venti che hanno superato i 200 km/h: in poche ore milioni di alberi sono crollati al suolo.
È in questa immane crisi che la struttura della proprietà collettiva delle Regole ha dimostrato la sua superiorità rispetto alla frammentazione della proprietà privata, offrendo un modello di resilienza unico, tipico della gestione dei beni comunali in quota.
Mentre altrove il mercato del legname crollava a causa delle speculazioni di acquirenti senza scrupoli, le Regole di Auronzo hanno fatto scudo aderendo a “Filiera Solidale”, il progetto ufficiale lanciato da PEFC Italia. Questa iniziativa ha permesso di tracciare il legno schiantato e stabilire un prezzo d’acquisto equo.
L’Amministrazione regoliera ha così gestito gli schianti in modo centralizzato e trasparente. Ha venduto il legname a prezzi controllati e ha reinvestito immediatamente i proventi nella ricostruzione delle strade forestali e nella sicurezza idrogeologica del territorio.
Negli anni successivi, tuttavia, l’emergenza si è spostata dal clima alla biologia. I tronchi rimasti a terra hanno favorito la proliferazione del bostrico tipografo. Questo parassita killer ha decimato i boschi di abete rimasti in piedi.
Di fronte all’epidemia le Regole hanno dovuto ripensare da zero la silvicoltura classica. In piena sintonia con le linee guida della Strategia Forestale Nazionale, la scelta non è più caduta sulle vulnerabili monocolture di abete rosso, ma si è preferita la piantumazione di boschi misti (larici, faggi, betulle), selezionati per resistere meglio ai parassiti e ai futuri eventi meteorologici estremi.
L’avvento del turismo
“Non dimentichiamo che nell’economia alpina hanno poi assunto un ruolo fondamentale il turismo, gli sport della neve e l’escursionismo. Tutte attività che hanno profondamente cambiato l’antica organizzazione della montagna”, sottolinea Ilde Pais Marden Nanon. “Ancora nello scorso secolo questa veniva vissuta senza stravolgere il vecchio mondo. L’escursionismo si faceva a piedi e i turisti non alteravano l’equilibrio del territorio. Erano limitati nel numero perché non si era ancora verificato il fenomeno del turismo di massa. Gli stessi montanari sono profondamente cambiati rispetto ai loro antenati: hanno necessità, abitudini e aspettative diverse. Devono, cioè, inventarsi un nuovo modo di vivere nelle ‘Terre alte’”.
Il 14 luglio 2022 a Santo Stefano di Cadore si è tenuto un interessante convegno dal titolo “Montanari per scelta: valori, risorse e prospettive”. L’espressione “montanari per scelta” indica una rivendicazione di appartenenza, rappresenta la volontà di valorizzare le peculiarità del territorio attraverso progetti che lo considerino nel suo complesso. Progetti capaci di promuovere le risorse naturali per le quali nel 2009 le Dolomiti sono state proclamate dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità, ma anche storico-culturali.
Così conclude l’insegnante auronzana:
“L’esperienza di questa valle dimostra che un’economia sana non può prescindere da due fattori chiave: una profonda conoscenza delle dinamiche del territorio e la capacità di generare valore a lungo termine per le persone che lo abitano, tenendo ovviamente conto di tutte le esigenze sia sociali sia ambientali che la montagna pone. Per il futuro la strada giusta è quella di uno sviluppo autentico. Un percorso che tragga ispirazione dalla storia più antica di queste valli, valorizzando il senso identitario di appartenenza di cui essere orgogliosi, aprendosi nello stesso tempo a culture diverse dalla nostra. Si tratta, in definitiva, di evitare un turismo intensivo e “mordi e fuggi” che porta allo sfruttamento e all’impoverimento del territorio. La sfida è scegliere una migliore e più sostenibile fruibilità turistica”.