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1945-2025: 80 anni fa il crepuscolo del fascismo e l’alba di una nuova era

Se uno scorre l’indice dei nomi di due classiche storie della Resistenza - Storia dell’Italia partigiana di Giorgio Bocca (Laterza) e Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia (Einaudi), in totale milleduecento e passa pagine - la parola “Brianza” non la trova proprio. Trova invece paragrafi su paragrafi dedicati all’Ossola, alla Carnia, alla val Chisone, alla valle Stura e a quella del Trebbia all’insurrezione di Napoli, Genova, Milano, Torino, alla liberazione di Firenze, dell’Abruzzo, delle Marche, alle battaglie di Ravenna, del Piemonte, del Veneto, dell’Emilia, della Liguria, agli eccidi tedeschi di Boves, Meina, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Brianza felix, allora? Non è così, anche se è innegabile che per svariati motivi, i seicento giorni che vanno dal settembre del 1943 all’aprile del 1945 siano stati più duri da altre parti che non qui.

Entrano in scena le SAP

La domanda l’abbiamo rivolta allo storico seregnese Pietro Arienti, massima autorità in materia: «Parlando di Resistenza, la Brianza non è stata per nulla secondaria. Basta guardare alle cifre: 170 partigiani deceduti, 292 deportati nei campi di concentramento (40 di loro di religione ebraica, tra cui Liliana Segre che era sfollata a Inverigo e finì poi ad Auschwitz. Lei sopravvisse, altri suoi parenti no), 1.202 lavoratori coatti. Certo, ci sono zone del nord che sono state maggiormente interessate dalla guerra civile e dagli eventi bellici. Teniamo presente che il territorio brianzolo presenta pochi rilievi, quindi offriva scarso riparo per fenomeni di ribellismo armato come abbiamo avuto, ad esempio, in Piemonte e in Friuli. Ma la Resistenza non fu solo imbracciare un mitra e andare sui monti. Ebbe molte forme: azioni propagandistiche, supporto logistico alle bande, stampa clandestina, sabotaggi, l’aiuto dato a sbandati, fuggiaschi e renitenti. La svolta, anche in Brianza, avviene nel maggio del ’44 quando il PCI dà vita alle SAP, le Squadre di Azione Patriottica (da non confondersi coi GAP, Gruppi di Azione Patriottica, che erano tutt’altra cosa). Le SAP erano nuclei composti da 15-20 combattenti, cellule nate all’interno dei luoghi di lavoro, in particolare nelle fabbriche e nelle campagne. Si deve alla loro azione il successo dei primi scioperi che sfidarono il regime di Salò: a Desio alla Tessitura Targetti, alla Gavazzi e alla Bianchi, a Meda all’Isotta Fraschini, a Monza alla Philips e alla Sertum, a Mariano Comense alle Imprese Seriche Italiane, a Figino Serenza alle Ferriere Orsenigo, a Seregno alla Ambrogio Silva».

A organizzarli meglio, dopo un esordio che aveva evidenziato limiti di preparazione, di organizzazione e di ristrettezza di obiettivi, ci pensa Italo Busetto, un ex militare che ha combattuto a Tobruk e in Albania. Invia, su suggerimento di Luigi Longo, i migliori quadri del partito, il PCI, nei vari settori territoriali affinché organizzino i nuclei. Le squadre si raggrupperanno in distaccamenti: cinque o sei distaccamenti formeranno una brigata. Nasce, nel giugno del ’44, il “Comando raggruppamento delle brigate Sap di Milano e provincia”. La zona B e C sono quelle che riguardano la Brianza. La 2ª Brigata Sap “Diomede” opera in tre settori: Oggiono, Monza e Vimercate. La 3ª Brigata Sap a Meda e Saronno. Il termine brigata, per il quale si definisce solitamente una formazione tra i 3 e i 6mila effettivi, è eccessivo. Qui, in totale, gli uomini sono meno di 600. Ma i partigiani comunisti sono solo una faccia della medaglia. Ci sono anche le Brigate Mameli, il Gruppo autonomo di Mariano Comense, il Battaglione Puecher, le Brigate Matteotti, le Brigate Mazzini, nelle quali ha militato Vincenzo Pappalettera, l’autore di Tu passerai per il camino. Vita e morte a Mauthausen.

La repressione nazifascista

A rendere la vita difficile ai cosiddetti “Banditen” ci sono dall’altra parte soprattutto i tedeschi, che si sono messi comodi. Un minuto dopo l’armistizio, requisiscono senza tanti complimenti le ville più belle, dove hanno piazzato le loro Militarkommandantur, Platzkommandantur e Orstkommandantur. Qualche esempio: a Varedo villa Bagatti Valsecchi, a Seregno villa Silva, a Triuggio villa Luisa, a Desio la maestosa villa Tittoni, a Carnate villa Banfi, ad Arcore villa Ravizza, a Cantù villa Foppa, a Villasanta villa Notari, a Missaglia villa Sormani. Altre ville signorili vengono requisite a Merate. Centro della galassia, con un’importanza rilevante non solo a livello locale, è però Monza.

Qui, dal 23 gennaio 1944, ha sede, a villa Blanc in via Verdi, il “Comando delle SS e di Polizia dell’Italia settentrionale ovest”, cioè Lombardia, Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta, con a capo l’SS-Brigadeführer Willy Tensfeld, che risponde direttamente al numero uno delle SS, il generale Karl Wolff, l’uomo di Himmler in Italia. A Tensfeld, un corpulento cinquantenne che ha passato gli ultimi due anni ad affinare l’esperienza anti-ribellistica in Ucraina, viene data una sola mansione: la caccia ai partigiani. Dispone di 300 uomini, 4 carri armati, due autoblindo e una cinquantina di mezzi di trasporto fra camion, auto e motociclette. Altre 300 SS sono acquartierate a Barzanò, nella villa del conte Gianfranco della Porta, che si è ritirato prudentemente in un’ala della dimora, da dove guiderà poi un’unità partigiana in qualità di esponente del Cvl comasco. È Tensfeld, col fido vice Siegfred Werning, che è a capo della Compagnia di sicurezza SS Monza, a pianificare le principali operazioni del nord-ovest, dalla rappresaglia di Borgoticino, al rastrellamento della Valgrande, fino all’attacco sferrato alla Repubblica partigiana dell’Ossola. A dar man forte ci sono poi le SS italiane, che giurano fedeltà a Hitler e non a Mussolini. Il loro motto ricalca quello della casa madre: “Onore, coraggio, fedeltà!”. Da brigata, nel marzo del 1945 saranno inquadrate come 29ª Waffen Grenadier Division der SS (italianische Nr.1) al comando del generale Costantin von Heldmann, che si insedia ad Alzate Brianza nella villa di proprietà del senatore Mario Crespi. Ma i reparti guidati dai colonnelli Federico Degli Oddi ed Enzo Celebrano sono disseminati un po’ dappertutto: a Meda, Fabbrica Durini, Carimate, Casatenovo, Cantù, Missaglia, Oggioni, Lurago d’Erba.

A requisire il requisibile si è insediato, sempre a Monza, il quartier generale per l’Italia degli ufficiali incaricati dello sfruttamento, esattamente a villa Francesca in viale Lario, al comando del tenente colonnello Vering.

Il contributo della nobiltà

A parte il Della Porta, non sono poche le famiglie aristocratiche schierate contro i nazifascisti. Nel suo libro La Resistenza in Brianza 1943-1945, Arienti dedica loro un capitolo apposito.

I baroni Casana, torinesi ma sfollati a Novedrate, che svolsero un’attività importante nell’Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno. Ferruccio Parri, Alfredo Pizzoni, Franco Antonicelli e Augusto de Gasperi, fratello di Alcide, si riunirono più di una volta nella loro villa. Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo, che ha sul petto una medaglia d’argento al valor militare per aver tratto in salvo il suo reparto ad El Alamein. Arriva in Brianza alla fine del 1943 e, latitante, riceve protezione a Garbagnate Rota, frazione di Bosisio Parini affacciata sul lago di Pusiano da un suo parente, Francesco Melzi

d’Eril. Da lì, una volta assunto il comando del distaccamento di Nerviano della 106ª Brigata Garibaldi, andrà a stare nella villa di Parravicino d’Erba dei Majnoni d’Intignano. Qualche mese dopo avviene il colpo più eclatante del suo gruppo: sfruttando la conoscenza dell’ex commilitone Vittorio Bonetti, funzionario della Fiocchi di Lecco (armi e munizioni) che gli fa da basista, si impossessa di 15 mitra, 8 pistole e 15mila proiettili. Un altro nome eccellente è quello di Scipione Barbiano di Belgiojoso. Fu il fondatore del Cln di Erba e nell’estate del ’44 decise di affidare il comando militare resistenziale del territorio a Giuseppe Majnoni d’Intignano (nome di battaglia “Mauri”), che era alla guida del Battaglione Puecher, del quale faceva parte anche il cugino Giampiero. Nel dopoguerra, per ben due volte, Barbiano di Belgiojoso sarà eletto sindaco di Erba.

Ad Arcore sono attivi il conte Alessandro Casati e suo figlio Alfonso. I fascisti, che hanno ben presente da che parte stiano i due, mordono il freno ma più di tanto non possono fare. Ecco il rapporto di un ufficiale del “Servizio speciale anti-ribelli e sabotaggi (Ssrs)”: «Si dovrebbe procedere a perquisizioni sistematiche delle ville nobiliari di Arcore, quali quella dei Casati, subdoli bigotti, ma vi è sempre contro la muraglia cinese eretta dal comando germanico». Macherio è invece teatro delle gesta di Marcello Visconti di Modrone. Nella villa accoglie carabinieri che hanno rifiutato la chiamata alle armi. I repubblichini lo vengono a sapere e il 16 ottobre 1944 lo arrestano. Finisce a Milano all’hotel Regina, dove i tedeschi lo torturano (subirà il distacco della retina e la perdita della vista da un occhio). Torna a Macherio e lì trova dei brigatisti neri che cercano l’oro che il duca avrebbe nascosto. Capisce l’aria che tira e si rifugia a Barzanò dal Della Porta, che è suo cugino, e poi a Cremnago dal cognato Luigi Perego. Rientrerà a Macherio solo alla vigilia del 25 aprile.

La fucilazione di Farinacci

Una delle pagine finali della Liberazione in Brianza riguarda un personaggio di primo piano del fascismo, Roberto Farinacci, brutale ras di Cremona, manganellatore, filonazista, antisemita, uno che è rimasto squadrista nell’anima fino alla fine, detto “la suocera del regime” per la sua tendenza a criticare tutto e tutti senza peli sulla lingua. Nella seduta del Gran Consiglio che defenestrò Mussolini, per dire, propose un ordine del giorno che ebbe un solo voto, il suo.

Il 27 aprile la sua colonna, proveniente dalla bergamasca e diretta a Como, viene fermata a un posto di blocco a Calco. Farinacci capisce di essere in trappola e fa dietrofront. Nella sua Lancia Aprilia mimetizzata c’è anche un maresciallo della GNR e la marchesa Carla Medici del Vascello, segretaria dei fasci femminili e sua intima. Forse vogliono raggiungere Oreno, dove c’è la sorella della marchesa, sposata a un Gallarati Scotti. Ma la fuga, dopo una sparatoria, finisce davanti allo stabilimento tessile Rivetti di Beverate. Sono i partigiani della 104ª Brigata Garibaldi comandata da Renato Andreoli a interrompere la corsa dell’auto crivellata di colpi. Il maresciallo muore sul colpo, la Medici del Vascello, ferita alla testa da due proiettili, spirerà 18 giorni dopo all’ospedale di Merate. Sempre a Merate, nella villa del conte Prinetti, viene condotto il gerarca. Prinetti tergiversa, tratta forse con troppo riguardo l’ingombrante ospite, i partigiani sentono puzza di bruciato e, per evitare che la preda gli sfugga di mano, lo conducono all’alba del 28 a Vimercate, sede del loro comando, dove lo attende il Tribunale del Popolo. Il sindaco democristiano Felice Sirtori per evitare scocciature vorrebbe consegnarlo agli Alleati. Il comunista Achille Frigerio e il socialista Stefano Oggioni sono di tutt’altro avviso. Farinacci va fatto fuori subito, senza convenevoli. Si decide quindi di processarlo seduta stante. La giuria è composta da familiari di partigiani fucilati qualche mese prima a Arcore. La condanna a morte è scontata. Lo accusano di tutto e di più, anche se dal 1926 in realtà conta come il due di picche. Chiede i conforti religiosi. Don Attilio Bassi e don Anselmo Radaelli lo accompagnano sul luogo dell’esecuzione, in piazza Unità d’Italia.

Ha vissuto male. Ma muore bene. Si rifiuta di essere fucilato alla schiena, come si fa per i traditori. Lo accontentano. Prima che il plotone faccia fuoco, si libera di tutti i soldi che ha in tasca chiedendo che vengano distribuiti tra i poveri di Cremona. Sono le 9.30. Poche ore dopo, a Giulino di Mezzegra, Benito Mussolini cadrà sotto i colpi del mitra di Walter Audisio.

 

Per approfondire

Irene Crippa, La vita per l’Italia. Battaglione G.C. Puecher, Tipografia Pinelli, 1945

Gianfranco Bianchi, Antifascismo e Resistenza nel Comasco, Centro Stampa Comune di Como, 1975

AA.VV., Taccuino degli anni difficili. Alta Brianza e Vallassina 1943-1945, NodoLibri, 2009

Pietro Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite Editore, 2005

Pietro Arienti, Dalla Brianza ai Lager del Terzo Reich, Bellavite Editore, 2011

Pietro Arienti, Monza: dall’Armistizio alla Liberazione, Bellavite Editore, 2015

  1. Brambilla, A. Magni, Partigiani tra Adda e Brianza, Istituto Lecchese del Movimento di Liberazione, 2005

Ricciotti Lazzero, Le SS italiane.. Storia dei 20.000 che giurarono fedeltà a Hitler, Rizzoli, 1982