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Vi è una consapevolezza diffusa tra le Nazioni sviluppate che si stia configurando un nuovo ordine mondiale, non più bipolare ma multipolare. Il Sud globale chiederà, e probabilmente otterrà, una maggiore partecipazione alle decisioni strategiche, e al contempo limiterà sempre più lo sfruttamento delle sue risorse.

Era il 2001 quando l’economista britannico Jim O’Neill utilizzò per la prima volta il termine “BRICS”, per indicare l’insieme dei quattro più importanti Paesi emergenti, ovvero Brasile, Russia, India e Cina. Una prima triangolazione si venne a creare tra India, Cina e Russia: fu il Cremlino, nel 2002, il principale sponsor di una cooperazione tra i tre stati asiatici. A segnare simbolicamente l’inizio del forum fu il primo incontro informale avvenuto a New York nel 2006 a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU, al quale partecipò anche il Brasile. Il gruppo ufficializzò la sua nascita nel 2009 con un summit a Yekaterinburg (Russia) e si incontrò nuovamente a margine dell’Assemblea delle Nazioni Unite nel 2010, abbracciando in tale data l’entrata del Sudafrica, ultima lettera del nuovo acronimo. Quindici anni fa, le relazioni internazionali erano appena state sconvolte dalla crisi finanziaria del 2008 e il forum si proponeva come piattaforma di sostegno e sviluppo tra economie emergenti.

Da allora, molto è cambiato: si sono susseguite nuove crisi, e i cinque membri fondatori non sono più “economie emergenti”. La caratteristica che ha sempre accompagnato BRICS è il suo alto grado di rappresentanza, dal momento che riguarda oltre il 30% della superficie terreste e, in virtù di Cina e India, circa metà della popolazione mondiale. Inoltre, i cinque Paesi fondatori hanno a lungo agito come ambasciatori del rispettivo continente, sul quale ciascuno esercita un determinato peso politico ed economico. Attualmente, però, a livello geopolitico il forum è espressione soprattutto del cosiddetto Global South e questo in virtù della sua membership sempre più estesa. Al vertice di Johannesburg del 2023, sono stati 22 i paesi che hanno formalmente fatto richiesta di adesione: quattro di questi sono stati ufficialmente accolti, l’Arabia Saudita non ha ancora ufficialmente aderito, mentre l’Argentina ha ritrattato la propria adesione in seguito all’elezione a presidente di Javier Milei. Tra i possibili futuri membri ci sono Bolivia, Cuba e Venezuela dal Sudamerica, mentre dall’Asia hanno espresso interesse Indonesia, Thailandia e Vietnam. Dall’Africa, infine, potrebbero aggiungersi Algeria, Nigeria e Senegal. Si tratta per lo più di paesi con una forte crescita demografica e che esercitano una certa influenza sulle rispettive regioni geoeconomiche. Si tratta, naturalmente, di un gruppo estremamente disomogeneo, che tuttavia concorda su alcuni obiettivi comuni: creare un nuovo sistema di pagamento (“BRICS Pay”) alternativo a quello dello SWIFT, per ridurre la dipendenza dal dollaro USA e far sentire la propria voce nelle organizzazioni internazionali (come l’ONU) e finanziarie.

Infatti, l’unione informale di stati ha messo in atto un coordinamento a livello economico e finanziario, cercando di inserirsi come reale alternativa alla valuta e alle istituzioni di commercio e finanziarie dominanti, prima fra tutte la Banca Mondiale. Questa, fondata nel 1944 con gli Accordi di Bretton Woods, è un’istituzione finanziaria internazionale che fornisce prestiti ai paesi a medio e basso reddito per promuovere globalmente uno sviluppo sostenibile. Composta da due istituti, Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (BIRS) e l’Associazione internazionale per lo sviluppo (IDA), i suoi prestiti sono spesso legati alla richiesta di riforme economiche e politiche. Il legame politico e la leadership statunitense hanno però suscitato a più riprese delle critiche verso l’istituzione. Già dal quarto incontro dei BRICS nel 2012 a Nuova Delhi era stato proposto un istituto che si proponesse come alternativa, obiettivo raggiunto nel Sesto Summit tenutosi in Brasile nel 2014. In tale occasione era stato firmato l’accordo per la creazione della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), con sede principale a Shanghai. La NDB è una banca multilaterale di sviluppo che ha l’obiettivo di raccogliere risorse per finanziare progetti infrastrutturali e di accelerare la crescita economica attraverso sviluppo sostenibile a livello ambientale e sociale, con particolare attenzione verso il Sud Globale. A differenza della Banca Mondiale, da molti Stati percepita come strumento a favore dei paesi più ricchi dalle condizioni di prestito rigide, il nuovo istituto fondato dai BRICS si propone di offrire finanziamenti con vincoli minori e nel rispetto dei paesi terzi.

Un ulteriore obiettivo dichiarato dall’istituzione è la de-dollarizzazione del sistema economico globale. Attraverso questo processo, che ha preso slancio negli ultimi anni, i BRICS auspicano una riduzione della dipendenza dal dollaro nelle transazioni internazionali, incentivando invece una diversificazione delle riserve valutarie al fine di ottenere una maggiore indipendenza finanziaria oltre che politica. L’allargamento del blocco BRICS segna una sfida crescente all’alleanza occidentale rappresentata dai G7 (USA, Regno Unito, Germania, Francia, Canada, Italia e Giappone) sul piano economico, politico e geostrategico. Sebbene il PIL nominale del G7 (46.000 miliardi di dollari) resti superiore a quello dei BRICS (30.000 miliardi con i nuovi membri), le economie del blocco emergente crescono rapidamente, trainate da Cina e India. I BRICS vantano un’enorme popolazione 3,6 miliardi, contro i 772 milioni del G7.

Questo vantaggio demografico, insieme al controllo di risorse naturali strategiche (petrolio, gas, minerali rari) e rotte commerciali (Via del Mare Artico, Corridoio Nord-Sud, Belt and Road Initiative), conferisce al blocco un potenziale geostrategico unico. Con l’ingresso di Arabia Saudita, Iran e Emirati Arabi Uniti, il gruppo domina i mercati energetici globali, rafforzando il controllo sul 40% della produzione petrolifera mondiale e gran parte delle riserve di gas. Tuttavia, non mancano le sfide politiche da risolvere per rappresentare realmente una sfida geopolitica all’asse americano: se i Paesi occidentali si presentano come una comunità unita da valori politici ed economici comuni, i BRICS ospitano Paesi con sistemi e obiettivi differenti, talvolta in contrasto tra loro. Il tema centrale che vedrà impegnata l’alleanza dei BRICS+ probabilmente sarà come evitare le pressioni degli Stati Uniti e seguitare a creare uno spazio privo di sanzioni europee. Ma poi c’è il G20. Si tratta di un’alchimia particolare: comprende la maggior parte dei BRICS, più qualche altro Paese, e il G7. Ci si chiede come riusciranno ad affrontare le questioni principali, ossia i dazi doganali, il libero scambio, i principi della Carta dell’ONU.

Anche l’Europa deve trovare una sua collocazione nel nuovo ordine mondiale. L’UE sta ristabilendo i rapporti commerciali con la Cina. Potrebbe trovare altresì un modo di collaborare maggiormente con Paesi come l’India. Una volta che si ridefinisce l’ordine mondiale, si creano tante opportunità. Tuttavia, occorre tenere in considerazione un fattore determinante. Xi e Modi, insieme agli altri componenti dei BRICS, si sono incontrati nuovamente nel 2025 in occasione del 25esimo vertice della Sco (l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai), svoltosi a settembre a Tianjin. In questo contesto hanno perorato la causa del “libero” mercato e della globalizzazione commerciale, in una riedizione del discorso del presidente cinese a Davos, inflessibile censore del protezionismo. Uno scenario ampiamente facilitato dalla nuova rotta decisa a Washington, e che mira a scardinare definitivamente l’ordinamento internazionale liberal. Solo che la proposta di governance globale multipolare emersa da Tianjin costituisce un nuovo ordine mondiale dove a dare le carte sono le autocrazie, e il bersaglio da abbattere (come ripete spesso Putin, azionista di peso di questo blocco) è il modello politico liberaldemocratico (al pari di quello sociale) dell’Unione europea.

D’altro canto, la forza identitaria dei BRICS rende il gruppo più avvantaggiato nel contrarre accordi di sviluppo nelle aree del Sud del mondo rispetto all’Europa, svantaggiata dal suo passato coloniale. Inoltre, centrali sono il ruolo cinese e russo, i quali hanno iniziato a tessere importanti legami con gli stati africani e sudamericani proprio attraverso una retorica che li mostra come alternativa attraente, grazie soprattutto al venire meno dell’importanza dei diritti umani e della democrazia, così come dello Stato di diritto. Condizionalità, quelle appena elencate, storicamente centrali negli accordi di partenariato stipulati con l’Unione Europea. Le voci dissidenti e revisioniste dell’ordine mondiale non sembrano affievolirsi ma anzi si stanno rafforzando e cercano vie alternative per affermare i propri interessi. Si tratta di un processo difficilmente arrestabile senza l’accettazione di una rivisitazione delle istituzioni multilaterali ed il riconoscimento di un ruolo, e dunque di responsabilità, dei nuovi attori. Data la tendenza del potere a frammentarsi e il mondo a dividersi sempre più tra stati forti e capaci di controllare le catene del valore e Stati più deboli e dipendenti da esse, l’UE deve lavorare per costruire rapporti di fiducia con i paesi del sud del mondo. È infatti importante costruire una fiducia che permetta di stringere cooperazioni efficaci e funzionali al raggiungimento degli interessi reciproci.

Senza una sana fiducia reciproca non ci può essere una altrettanto forte cooperazione, ma senza una cooperazione costruita su tale fiducia, anche il multilateralismo vacilla e l’UE potrebbe ritrovarsi bloccata in rapporti di dipendenza e in un mondo frammentato nel quale rischia di essere schiacciata. Immense sono le sfide che dovranno affrontare i BRICS in futuro, ma trascurare la loro influenza nelle previsioni sulla crescita globale sarebbe un grossolano errore. Vi è una consapevolezza diffusa tra le Nazioni sviluppate che si stia configurando un nuovo ordine mondiale, non più bipolare ma multipolare. Il Sud globale chiederà, e probabilmente otterrà, una maggiore partecipazione alle decisioni strategiche, e al contempo limiterà sempre più lo sfruttamento delle sue risorse. In questa realtà multipolare gli attori dovranno evitare di prevaricare gli uni sugli altri in quanto una sana competizione ha portato in passato ottimi risultati sia in termini di efficienza che di crescita economica.

“La nostra epoca è alla ricerca insistente, a volte quasi disperata, di un’idea di ordine mondiale. Ci aspetta forse un periodo in cui a determinare il futuro saranno forze che vanno oltre i limiti di un qualsiasi ordine?"

(Henry Kissinger, ex segretario di Stato Usa)