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21 gennaio 1921: a Livorno il Partito Socialista si spacca. 

Antonio Gramsci fonda il PCd’I. Una storia durata70 anni

L’anno, il giorno e l’ora in cui. 1921, 21 gennaio, un venerdì, 10.30 della mattina. È l’estratto di nascita del Partito Comunista d’Italia (“italiano” a partire dal 1943). Luogo: Livorno. Piovigginava. Ma per i fondatori del PCd’I è comunque una giornata radiosa, gravida di speranze in attesa del parto fatidico: la Rivoluzione. Obiettivo dichiarato, pur con tutti i distinguo e le sfumature del caso: “fare come in Russia”. Immaginando che Torino non fosse poi così diversa da Pietrogrado. Un mantra, quello della rivoluzione, alla base di tutti i nodi - fascismo in primis - che verranno al pettine col passare del tempo. Il germe di tutte le contraddizioni, le sconfitte, i drammi e le tragedie (personali e collettive), i ripensamenti, i lutti, le abiure e le scomuniche, i tatticismi esasperati, i contrordini compagni, le svolte, le ipocrisie, le doppiezze e i contorsionismi dialettici che insomma hanno caratterizzato, nel bene e nel male, l’avventura pirandelliana del “Partitone Rosso”.

Un rosso relativo

Secondo un luogo comune tuttora perdurante nel mainstream il fascismo sarebbe “un’anomalia” rispetto alla storia italiana. Una semplificazione che avrebbe fatto inorridire Gramsci. Esso si sarebbe imposto solamente in virtù dell’uso della violenza che, detto per inciso, veniva comunque teorizzato e praticato anche dagli avversari. Ma è possibile, allargando il quadro, constatare come proprio la radicalizzazione avvenuta a sinistra con la nascita del Partito Comunista ne abbia favorito, in modo quasi automatico, l’ascesa. Tra due rivoluzioni, quella vera e quella fasulla che sostanzialmente avrebbe lasciato in vita la Chiesa e la Monarchia senza andare, nella sostanza, a modificare gli assetti sociali e i rapporti di produzione del liberalismo d’anteguerra, si preferì scegliere il male minore, affidandosi al sedicente “difensore dello Stato” secondo una formula cui il Mussolini antemarcia ricorreva abitualmente. Il fascismo, insomma, prese il potere non tanto a suon di manganello e olio di ricino, quanto perché le prospettive offerte da eventi come il “biennio rosso” e la possibilità che in effetti in Italia potesse replicarsi l’esperimento bolscevico spaventarono nella loro totalità, per comprensibili motivi, la borghesia, la classe dirigente, il trono, l’altare e i ceti sprovvisti di coscienza di classe. Aggiungiamo poi che il PCI non ebbe una posizione ben precisa sulla questione se non sul finire del secondo conflitto mondiale, quando - ma il regime era ormai in stato comatoso per via dei rovesci bellici - il movimento partigiano fu effettivamente sotto la sua direzione dal punto di vista politico e militare. Bastano due esempi (tralasciando di parlare degli andirivieni dell’Aventino nel ’24 dopo il delitto Matteotti): con le cosiddette “Tesi di Lione” del 1926 il partito manifestò in modo limpido la volontà di essere a capo “delle forze motrici della rivoluzione antifascista”.

Dieci anni dopo Palmiro Togliatti, in uno scenario internazionale completamente diverso e anche, questo è certo, dovendo tener conto che Mussolini e il regime avevano raggiunto il loro zenit in termini di consenso, cambiò completamente registro. Ne è prova il tentativo, di cui non è semplice comprendere le finalità e l’opportunità se non tirando in ballo pressioni russe, di riavvicinamento degli estremi. “L’appello ai fratelli in camicia nera”, pubblicato sul mensile Lo Stato Operaio, diretto da Togliatti esule a Mosca, di sicuro è una delle pagine più imbarazzanti e meno luminose della storia del PCI. Eccone un estratto: «Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, libertà, terra ai contadini, otto ore di lavoro, difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo: lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma». Mettiamola così: chi si assomiglia si piglia.

Un’avventura, dicevamo, durata 70 anni esatti, nei quali il mito della dittatura del proletariato nei fatti ha retto per poco, sostituito ben presto da quelli del partito-chiesa al quale sacrificare tutto, parentele, amicizie, affetti, postulati morali in nome di una disciplina di ferro (la fissazione di Lenin) e della infallibilità dei suoi quadri dirigenti, senza tuttavia aver mai ben chiare le modalità di utilizzo pratico del vasto e trasversale appeal nella società italiana. E diluitosi poi, a furia di “dure repliche della Storia”, in opportunismi tattici e compromessi riformistici, cambi di rotta via via sempre più distanti, per non dire agli antipodi, dagli originari dogmi palingenetici del marxismo-leninismo. Il crollo dell’Unione Sovietica, del suo modello economico ha completato l’opera, imponendo nel 1991 il cambio di nome deciso da Achille Occhetto in occasione del XX Congresso Nazionale. In un clima da Goodbye Lenin, all’illusione comunista restano tenacemente attaccati oggi, per dirne un paio, Luciana Castellina e Fausto Bertinotti, oltre a minoritari gruppuscoli di duri e puri della falce e martello. 

Più realisticamente invece, Massimo D’Alema ha riconosciuto che, paradossalmente, il gradualismo riformista è stata l’anima della politica del PCI, una politica quindi non troppo differente da quella propugnata dal “socialtraditore” Turati. Alla fine, quindi, si è tornati alla casella di partenza. Anzi forse un po’ più in là, dato che il “Sol dell’Avvenir” (il copyright è di Giuseppe Garibaldi) arride ormai, in mancanza di avversari, al tecno-capitalismo globale.

Made in USSR

Diceva Sartre che per capire l’Italia bisogna capire il PCI. E per capire il PCI bisogna tornare a Livorno, a quel giorno, alla culla del comunismo italiano. Il neonato in fasce ha più di un padre. E un padrino: Lenin. L’idea è quella, condivisa con Trotzkij e Zinov’ev, di esportare la Rivoluzione d’Ottobre in tutta Europa. Non è, nei loro programmi, che un primo passo: poi toccherà all’America e all’Asia, al mondo intero (Stalin, poi, invertirà la marcia). Per Lenin invece il capitalismo e le democrazie parlamentari sono delle foglie morte. Basterà un colpo di vento a farle cadere al suolo. Ha individuato le prime caselle da occupare. La Germania, la Polonia, l’Ungheria e l’Italia. Non ne azzeccherà una. La prima mossa, comunque, per far sì che la profezia si realizzi, è quella di mettere in riga i partiti socialisti delle nazioni in questione, asservirli ai propri desiderata, soffocando ogni disallineamento tattico-ideologico. Con le buone o con le cattive. Il pugno di ferro è pronto a stringere la morsa.

Si chiama III Internazionale o Comintern o Internazionale Comunista, secondo i gusti. È stato creata ad hoc il 2 marzo 1919 e rappresenta l’anatema contro ogni tipo di riformismo socialdemocratico, bollato come socialpatriottismo, socialpacifismo, opportunismo, centrismo. Le condizioni di ammissione vengono fissate in 21 punti. Il 2, il 6 e il 7 sono relativi all’espulsione degli elementi politicamente estranei o sospetti, in pratica buona parte dei dirigenti dei partiti socialisti. Il 14 dice, sostanzialmente, che per aderire al Comintern bisogna ubbidire a Mosca senza se e senza ma. Il 17 impone il cambio di nome. Bisognerà adottare la formula: Partito Comunista del tal paese (sezione dell’Internazionale Comunista). Con tali premesse e in questo clima si arriva quindi a Livorno, al XVII Congresso del PSI. Tutte le carte sono sul tavolo. Semplificando, c’è l’ala destra di Turati e Treves, quella massimalista di Giacinto Menotti Serrati e l’ultrasinistra rappresentata da Antonio Gramsci, Umberto Terracini e Amadeo Bordiga. Togliatti è rimasto a Torino, nella redazione dell’Ordine Nuovo. I lavori si aprono alle 15.30 del 15 gennaio nel capoluogo toscano al Teatro Goldoni, un’istituzione cittadina dal 1847. S’è deciso di farlo lì scartando Rimini e Viareggio per motivi di sicurezza. Livorno, per tradizione, è una città “rossa”. A scanso di problemi, il questore chiede al governo rinforzi: 1.200 tra carabinieri e guardie regie, oltre a 12 funzionari di pubblica sicurezza e 200 agenti investigativi. I fascisti, per bocca del segretario politico locale Paolo Pedani, promettono di non turbare i lavori del congresso. In cambio il sindaco, il socialista Uberto Mondolfi, ritira la bandiera rossa dal balcone del municipio.

Tutto è pronto. Gli alberghi cittadini – l’Hotel Giappone, l’Angleterre-Campari, il San Remo –, sono al completo. Gli allestimenti floreali (garofani rossi) ricoprono gli stucchi dei palchi. Ottanta i giornalisti accreditati, tremila i partecipanti. Sul palcoscenico, alle spalle del podio degli oratori, viene issato un grande telone con l’immagine di Karl Marx. Sotto, campeggia la scritta Proletari di tutti i Paesi, unitevi!. Avverrà l’esatto contrario. I massimalisti sono guidati dal direttore dell’Avanti, Giacinto Menotti Serrati, che cercherà di tenere il piede in due staffe: aderire ai voleri dei cominternisti senza espellere Turati dal partito. Missione impossibile. Sarà una settimana di discorsi infuocati, risse sfiorate, urla scomposte, insulti e accuse reciproche. I lavori vengono ripetutamente interrotti per le intemperanze. Tocca a Turati. Capisce benissimo che questo è il suo processo. Rivendica il suo passato di lotta in favore della presa del potere da parte del proletariato, al di là delle sigle, e non nella forma di una dittatura; si dice convinto che alla fine le forze della sinistra ritroveranno l’unità; ribadisce il suo rifiuto della violenza; indica nel processo evolutivo e nell’azione legale, più che nel miracolo di un giorno, l’unica via percorribile. Ma soprattutto conclude ammonendo: dividersi significa lavorare per i nostri nemici, creare la controrivoluzione, praticare il tanto peggio tanto tanto meglio degli anarchici. Alla fine, conclude, avremo il fascismo, la povertà, l’ignoranza. Parole profetiche.

Ma da Mosca, con la lettera del Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista, arriva la doccia fredda: «Prima di sapere quale sarà la maggioranza del vostro Congresso noi dichiariamo in modo assolutamente categorico che l’Internazionale comunista obbliga ogni partito aderente a rompere con i riformisti. Chi rifiuta questa scissione si pone fuori dalle file dell’Internazionale. Coloro che vogliono far entrare i riformisti nell’Internazionale comunista vogliono in realtà la morte della rivoluzione proletaria. Costoro non saranno mai dei nostri. Il Partito comunista italiano deve essere creato in ogni modo, e a questo partito andranno le simpatie dei proletari del mondo e il sostegno caloroso dell’Internazionale comunista. Abbasso il riformismo, viva il vero Partito comunista italiano!». Firmato: Lenin, Trotzkij, Zinov’ev, Bucharin.

È una specie di bolla papale. Gramsci, che siede solitario nel palco numero 13, non muove un muscolo.

La miccia della scissione è accesa, Mosca ha ottenuto quello che voleva. Il 21 l’ala sinistra del partito si trasferisce al Teatro San Marco. Oggi ne resta solo la facciata. Venti minuti per fare un chilometro e mezzo, percorrendo via Goldoni, via Magenta, via della Pace, e sbucare in piazza Cavour. C’è chi ha contato i passi: 2124. Viene approvato l’ordine del giorno che “dichiara costituito il Partito Comunista d’Italia.” Si elegge il Comitato centrale: ne fanno parte Bordiga, Bombacci (che vent’anni dopo andrà con Mussolini a Salò e finirà fucilato a Dongo), Gennari, Gramsci e Terracini. Il programma del nuovo partito viene pubblicato su Il Comunista del 31 gennaio del 1921.Vi si legge: «Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione, da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese. La lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato tra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi. Il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato statale borghese e con l’instaurazione dello Stato basato sulla classe produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese».

Sembra l’alba di una nuova epoca. E invece è subito sera.

SAPORE di mare

A Simone Trentanove, capoarea per l’Emilia e la Toscana del Banco di Desio e a Barbara Scuffi, direttrice della filiale di via Cairoli, abbiamo chiesto di illustrare le caratteristiche di questa piazza bancaria: «Livorno – spiegano – presenta una forte vocazione al credito commerciale e al supporto delle imprese legate alle attività portuali. Pur non essendo una delle principali piazze finanziarie nazionali e non ospitando sedi direzionali di rilievo, dispone di una rete bancaria significativa, con oltre 130 sportelli presenti sul territorio. In rapporto alla popolazione residente e al tessuto imprenditoriale locale, tale presenza risulta superiore alla media regionale toscana. Ancora oggi Via Cairoli, dove è ubicata la nostra filiale, rappresenta la cosiddetta “piccola City livornese”, grazie alla concentrazione di istituti bancari, intermediari finanziari e compagnie assicurative presenti nell’area. Negli ultimi anni il settore bancario ha assistito a un progressivo ridimensionamento della rete fisica di sportelli. La piazza livornese presenta una composizione prevalentemente corporate e retail, con una marcata specializzazione nell’economia portuale, commerciale e logistica. L’economia cittadina è fortemente legata al mare e alle attività portuali. Il porto di Livorno rappresenta uno dei principali motori economici del territorio, movimentando container e generando un articolato indotto costituito da spedizioni, logistica, magazzinaggio, servizi alle navi e movimentazione merci. Strettamente connesse alle attività portuali sono inoltre la cantieristica navale e tutte le attività complementari ad essa collegate. Di crescente rilevanza risulta il comparto crocieristico: Livorno rappresenta infatti uno scalo strategico per l’accesso alle principali destinazioni turistiche della Toscana e del Centro Italia. Dal punto di vista dei bisogni della clientela emerge una crescente richiesta di servizi digitali evoluti, accompagnata tuttavia dall’esigenza di semplicità, rapidità ed efficienza nella gestione delle pratiche bancarie e delle richieste di finanziamento. La filiale è strutturata con un team di 7 persone, tra cui 1 private, 1 small business e conta masse per circa 200mln, di cui 60mln di impieghi, raccolta diretta 75mln, gestita 40mln. I principali punti di forza di Banco Desio filiale sono riconducibili alla qualità del servizio offerto, alla personalizzazione della consulenza e alla continuità della relazione con il cliente».