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Il secolo breve dell’alpinismo: dalla stagione degli eroi all’Everest luna park

C’era una volta la montagna. Non quella delle brochure patinate, ma quella che ti stava davanti come una presenza ingombrante e austera. Bianca di ghiaccio, piena di silenzi, con un’aria che non ammetteva leggerezze. La montagna non era un luogo di consumo: era un esame, una sfida vera. Chi non era pronto tornava indietro. Chi osava troppo finiva in cronaca. I pochi che ce la facevano entravano nella leggenda. C’era una volta l’alpinismo. Le imprese di Emilio Comici, di Giusto Gervasutti, di Riccardo Cassin e di Walter Bonatti - per restare in Italia - occupavano le prime pagine dei giornali. Un uomo appeso a una parete di ghiaccio o di roccia diventava simbolo nazionale, materia da romanzo. Una fase storica per la quale l’appellativo di “eroico” non è per nulla fuori luogo. Si può perfino tracciare un arco netto: un secolo esatto, dal 1865 al 1965. Si apre con la conquista tragica del Cervino (che, detto per inciso, in un secolo e passa ha fatto 500 morti, pur essendo considerata una montagna senza grandi difficoltà tecniche) da parte di Edward Whymper, che inaugura l’epopea moderna tra gloria e lutto (quattro dei sette membri della cordata - Croz, Hadow Hudson e Douglas - durante la discesa dalla cima precipitarono in un burrone profondo oltre mille metri, schiantandosi sule rocce del fondovalle e morendo sul colpo). E si chiude cento anni dopo con Walter Bonatti, che compie la solitaria invernale sulla parete nord dello stesso Cervino: atto finale di una stagione irripetibile. In mezzo, una sequenza di capitoli da epopea collettiva: le nord delle Grandes Jorasses e dell’Eiger (gli altri due cosiddetti “grandi problemi delle Alpi”), la corsa alle vette himalayane, con la conquista dell’Everest e del K2 a metà degli anni Cinquanta.

Code a ottomila metri

E oggi? La notizia non è più la stessa. Nel 2023 l’Everest ha visto oltre seicento persone in vetta in una sola stagione. Code di ore a ottomila metri, come se si aspettasse un turno alla cassa di un supermercato. Le immagini parlano da sole: file interminabili di alpinisti bloccati sull’Hillary Step. A quell’altitudine l’ossigeno è un lusso e la stanchezza un pericolo. Il Nepal prova a limitare i permessi, ma il tetto del mondo resta il simbolo estremo dell’overtourism: la cima trasformata in fila da seggiovia.

Le tre fasi dell’alpinismo

Enrico Camanni, giornalista e storico della montagna, lo sintetizza con chiarezza: «L’alpinismo ha avuto tre fasi: romantica nell’Ottocento, eroica fino a Bonatti, poi sportiva. Oggi il mito non c’è più: la montagna è diventata territorio di tutti, una sorta di democratizzazione».

Democratizzazione, sì. Ma non avventura. «Con centomila dollari oggi ti compri l’Everest. Corde già fissate, campi montati dai portatori. È turismo addomesticato e commerciale. Il vero alpinismo è un’altra cosa: cercare l’avventura fuori dalle rotte battute».

Quando il limite diventa necessario

Nel frattempo noi continuiamo a trattare la montagna come un luna park. Pacchetti “Everest experience” da decine di migliaia di dollari, Sherpa ridotti a facchini a ottomila metri, ossigeno già predisposto lungo la via. L’alpinismo è diventato un’esperienza premium: basta pagare, e la vetta è servita.

E non è solo questione di Himalaya. Anche le Alpi conoscono le stesse dinamiche. Durante le festività natalizie Madonna di Campiglio ha registrato 23 mila primi ingressi in un solo giorno, con parcheggi saturi, viabilità in tilt, acqua e rifiuti sotto pressione. In Val Rendena si parla di limiti e di numeri ideali, con formule elastiche, prezzi flessibili e aperture anticipate. «Siamo a un bivio – avverte Camanni –. Possiamo addomesticare la montagna con nuove strade e impianti, oppure fermarci e fare educazione. Solo così diventerà un territorio capace di insegnare anche agli altri turismi come si frequentano i luoghi».

Etica e responsabilità

Il vecchio “mal di montagna” era il fiatone dell’altitudine. Oggi è un’altra cosa: è il dolore di vedere le montagne ridotte a scenografie, consumate come giostre.

Che senso ha scalare una montagna? La domanda ritorna. Dal punto di vista pratico, arrampicare è apparentemente inutile. Inutile come dipingere, raccogliere un mazzo di fiori, o come il gioco dei bambini. Inutile come un bacio. Eppure sono proprio queste “inutilità” a colorare la vita. Lionel Terray le ha battezzate in un titolo che è un programma: “I conquistatori dell’inutile”.

Eppure qualcosa resiste. «Senza etica, senza regole, l’alpinismo non esiste – ricorda Camanni –. Quando si esagera con la tecnologia, l’avventura finisce. Non servono supereroi, basta imparare a vivere anche i luoghi più conosciuti con un’etica personale, senza affidarsi solo a corde fisse, GPS e telefoni».

Guardare avanti

Nietzsche cercava chiarezza a Sils-Maria. Bonatti si fermava davanti a una farfalla morente sul ghiaccio, riconoscendo grandezza in un dettaglio minimo. Non erano gesti grandiosi, ma sguardi diversi, capaci di dare senso all’altezza.

E a ricordarlo in una recente intervista è anche Simone Moro, forse uno degli ultimi alpinisti “alla vecchia maniera”: «Le nuove vie sono infinite. Ci sono settemila inviolati, migliaia di seimila mai saliti, vie leggendarie che nessuno ha più ripetuto. Vuoi emulare Bonatti? Basta rifare una sua via, con l’attrezzatura moderna che lui non aveva». Un invito a guardare avanti, ma anche a tornare su tracce esistenti, con rispetto e consapevolezza.

Ma come raccontare, oggi, la montagna in pericolo senza cadere nella retorica?

«Bisogna dire le cose come stanno: la montagna non è un territorio magico – osserva Camanni - ma nemmeno un territorio qualsiasi. All’inizio, per chi ci va, è difficile coglierne la fragilità: sembra eterna, invece scende, crolla, cambia. Va considerata per quello che è: un territorio fragile. Non è riservata ai superuomini, ma neppure garantita a chiunque. E dei suoi cambiamenti siamo responsabili anche noi».

La consapevolezza che perdiamo

Forse l’alpinismo non deve più rincorrere l’eroismo, ma salvare la memoria. Dire: “Io l’ho vista così, e ora non è più così”. Non è un sermone, è un gesto minimo di fedeltà: a un paesaggio, a un ricordo, a un certo modo di alzare lo sguardo.

Il vero mal di montagna non è l’aria che manca. È accorgersi che la stiamo perdendo senza neanche il fiatone dell’altitudine.

Rolling stones

Una volta un giornalista chiese a George Mallory, lo sfortunato alpinista inglese scomparso sull’Everest nel 1924, perché scalasse le montagne. Risposta: «Perché sono lì». Cent’anni dopo verrebbe da dire piuttosto: «Finché sono lì». Dal 1850 le Alpi hanno perso circa il 60% della superficie glaciale (stime Ispra). La metà di questa riduzione è avvenuta negli ultimi vent’anni. Ogni ghiacciaio che arretra porta con sé conseguenze concrete: meno acqua per le dighe idroelettriche e per l’agricoltura, più instabilità dei versanti, difficoltà per il turismo che vive di neve. È anche un moltiplicatore del cambiamento climatico: contribuisce all’innalzamento degli oceani, altera gli ecosistemi, riduce la biodiversità e libera gas serra dal permafrost in degrado. La Marmolada, crollata nel luglio 2022 causando 11 vittime, continua a restringersi: –7 metri nel solo 2024/25, con fronti sempre più sottili. Ricercatori e glaciologi parlano di un “altare allo sci”: cannoni che sparano neve sempre più in alto, teli geotermici che sbucano dal ghiaccio, un paesaggio sacrificato al divertimento. In Austria il Pasterze, il più grande ghiacciaio del Paese, ha perso 203,5 metri in due anni, record negativo. Il Rettenbachferner ha ceduto 127 metri, il Sexegertenferner 93. Secondo il Club alpino austriaco, di questo passo entro 40-45 anni i ghiacciai del Paese potrebbero scomparire del tutto. Anche il Monte Rosa ha dato segnali preoccupanti: a settembre 2025 distacchi glaciali sono stati osservati dal Lago delle Locce, conseguenza di un’estate con lo zero termico stabilmente sopra i 5.000 metri. Seracchi sempre più instabili e un rischio crescente per itinerari alpinistici e fondovalle fotografano una stagione anomala, che lascia in eredità fragilità nuove. Lo scenario non riguarda solo l’arco alpino. I ghiacciai del Pamir, in Tagikistan, considerati fra i più resistenti al mondo, dal 2018 perdono massa in modo accelerato per scarsità di nevicate e primavere più calde. Un segnale che anche i serbatoi d’acqua ritenuti più stabili non sono al sicuro. Proprio al Monte Rosa, a Punta Indren, università, CAI e Comitato Glaciologico hanno firmato il Manifesto per una governance unitaria dei ghiacciai. L’obiettivo è unire ricerca scientifica, monitoraggio e educazione, con particolare attenzione alle scuole e agli atenei. Perché il destino del ghiaccio riguarda tutti: acqua, sicurezza, turismo, vita delle comunità alpine e respiro del pianeta.