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1926-2026: le pietre miliari dell’eccellenza meneghina

Milano città delle avanguardie. Milano capitale della moda e del design (oltre che, con un certo sussiego, capitale morale d’Italia). Milano cosmopolita. Milano con il cuore in mano. Milano da bere. Le definizioni si sprecano, quando si parla del capoluogo lombardo. Una città che si è sempre piccata di essere un passo avanti rispetto al resto d’Italia. E forse un po’ a ragione, dal momento che buona parte dei fermenti culturali, delle tendenze modaiole, dello sviluppo economico del nostro Paese ha preso le mosse proprio da qui.

Per rendersene conto, basta sfogliare i giornali dell’anno 1926. Esattamente un secolo fa. Un anno come tanti, il 1926. Ma proprio per questo è sorprendente scoprire quanti e quali pezzi di storia milanese festeggiano oggi, nel 2026, il loro centenario.

A partire dagli anni Dieci del Novecento, avevano iniziato ad aprire in Italia i primi bagni pubblici. Grazie all’iniziativa del bolognese Cleopatro Cobianchi, che li aveva scoperti durante un soggiorno a Londra dove già esistevano. L’idea era quella di offrire – in un’epoca in cui il bagno privato in casa ma anche in albergo era un lusso – la possibilità di rigenerarsi e di usufruire di vari servizi: parrucchiere, manicure, pedicure, lavanderia. Nel 1911 aprì a Bologna il primo Albergo Diurno Cobianchi. E il 18 gennaio 1926 fu la volta del dell’Albergo Diurno Venezia in piazza Oberdan a Milano, che venne inaugurato in pompa magna alla presenza di autorità e personalità cittadine. Con la benedizione del parroco della vicina chiesa di Santa Francesca Romana.

Gli alberghi diurni sono un po’ gli antesignani degli attuali centri benessere. La decorazione e gli arredi erano affidati alle maggiori firme dell’epoca e gli ambienti erano ritenuti i migliori esempi del liberty e dell’art decò italiani. Il Diurno di piazza Oberdan, progettato dall’archistar dell’epoca Pietro Portaluppi, è stato attivo per trent’anni decenni, per poi essere abbandonato. Ultimo a resistere il coiffeur Carmine Ajello, che è rimasto in attività nei locali sotterranei della struttura fino al 1985. Grazie al Fondo Ambiente Italiano e al sostegno del Comune, è stata promossa un’opera di restauro di questo storico luogo. Al momento è possibile visitarlo solo in giornate di aperture straordinarie gestite dal FAI, ma probabilmente entro quest’anno il Diurno – designato sede del nuovo Museo Nazionale dell’Arte Digitale – sarà definitivamente aperto al pubblico.

Sempre nel 1926, e precisamente il 25 aprile, si tenne al Teatro alla Scala la prima della Turandot di Giacomo Puccini, diretta da Arturo Toscanini. Una rappresentazione destinata a far molto parlare non solo per l’altissima qualità artistica, ma anche per le vicende personali, affettive e storiche che le ruotarono intorno. Tanto per cominciare, si trattava di un’opera incompleta: perché Puccini, colpito da un tumore alla gola, non aveva avuto il tempo di concluderla. Era partito per Bruxelles nel 1924, e in una clinica di quella città sperava di essere curato e poter tornare al lavoro. Aveva portato con sé gli appunti per il finale di Turandot, ma il 29 novembre di quell’anno si era spento senza riuscire a ultimare il lavoro. Il difficile compito di completare l’opera fu affidato al compositore napoletano Franco Alfano, che tenne conto degli ultimi scritti di Puccini. Ad Arturo Toscanini toccò reggere la bacchetta la sera della prima alla Scala. Ma il maestro, anziché dirigere l’opera comprensiva del finale di Alfano, una volta arrivato alle ultime battute della partitura puccininiana fermò l’orchestra. Si girò verso la platea e dichiarò visibilmente commosso: «Qui termina la rappresentazione, perché il maestro Puccini è morto». A quella prima del 25 aprile 1926 è legato anche un altro episodio. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera del giorno dopo, Mussolini non volle essere presente a teatro per evitare di «distrarre l’attenzione del pubblico, che doveva essere interamente dedicata a Puccini». Si limitò quindi a inviare un fascio di garofani rossi avvolti in un nastro tricolore, che venne deposto nel foyer davanti alla statua di Puccini. In realtà i bene informati sostenevano che il Duce avrebbe chiesto di far cantare l’inno Giovinezza prima dell’inizio dell’opera, ma Toscanini si era rifiutato. Per questo motivo Mussolini, offeso, aveva dato forfait.

Nel 1926 a Milano avviene anche una piccola rivoluzione dal punto di vista della circolazione stradale. Dal 3 agosto, infatti, in città entrò in vigore l’obbligo di tenere la destra sulle strade. Una regola valida non solo per le automobili, ma anche per tram, carri, carrozze, biciclette… In realtà la legge che stabiliva la modifica era datata 31 dicembre 1923, ma ogni Provincia aveva a disposizione due anni di tempo per mettersi in regola. Questa volta Milano non fu in pole position, anzi fu tra le ultime città italiane ad adeguarsi. In compenso l’anno precedente, cioè nel 1925, proprio il capoluogo lombardo aveva visto l’installazione del primo semaforo in Italia. Fu posizionato all’incrocio tra via Orefici, via Torino e piazza Duomo, e all’inizio veniva comandato a mano dai vigili urbani.

Il 2026 è anche l’anno in cui compie un secolo uno dei simboli di Milano: lo stadio di San Siro. L’allora presidente del Milan, Piero Pirelli, aveva sollecitato la costruzione di un nuovo tempio del calcio da costruire nelle vicinanze dell’Ippodromo per il Trotto. I lavori furono affidati all’ingegnere Alberto Cugini e all’architetto Ulisse Stacchini (che già stava lavorando alla nuova Stazione Centrale). Ispirata agli stadi inglesi, la struttura fu completata in 13 mesi con un costo di cinque milioni di lire. Era composta da quattro tribune rettilinee e poteva contenere fino a 35 mila spettatori. Il 19 settembre lo stadio fu inaugurato con il derby Milan-Inter. Inizialmente San Siro era la “casa” del Milan, ma dopo che il campo dell’Inter in via Goldoni fu distrutto da un incendio, la società calcistica si spostò prima all’Arena, e poi dal 1947 anch’essa a San Siro. Si tratta di uno dei pochi esempi al mondo di stadio condiviso tra due squadre. Nel 1980 la struttura è stata dedicata a Giuseppe Meazza, uno dei più grandi calciatori italiani, che indossò sia la maglia del Milan che quella dell’Inter. Oggi, a un secolo dalla sua inaugurazione, lo stadio di San Siro è un gigante da 75.817 posti, ed è uno degli spot più gettonati dai turisti che visitano la città. Ma il suo destino è segnato. Nel 2027 apriranno i cantieri che dovranno demolire la struttura e costruire un nuovo stadio. Quello che resterà del vecchio Meazza si trasformerà in spazi destinati ad ospitare attività commerciali e uffici. Il tutto inserito in un’area verde di circa 80mila metri quadrati.

Milano è sempre stata considerata una città che va di corsa. Nel 1926 in Italia circolavano 75mila automobili, di cui circa 20mila in Lombardia. Più della metà di queste, solo nel capoluogo. Oggi all’ombra della Madonnina le auto immatricolate sono oltre 700mila. Milano è anche la città che offre le maggiori opportunità di carriera e il maggior numero di posti di lavoro disponibili per residente (circa 249 ogni 10.000, fonte Western Union). Ma questo nulla toglie al piacere di una vita culturale altrettanto intensa. Insieme a Roma, Venezia, Firenze e Napoli, Milano guida la classifica italiana. Oggi come nel 1926. Tanto che l’11 novembre di 100 anni fa, proprio a Milano un manipolo di intellettuali diede vita al Premio Bagutta, il più antico e prestigioso riconoscimento letterario italiano. Si narra che nacque per gioco: i frequentatori abituali della trattoria toscana di Alberto Pepori, che si trovava appunto al civico 14 della centralissima via Bagutta, a pochi passi da piazza San Babila, decisero di punire con una piccola multa chi disertava le cene o arrivava in ritardo. Il giornalista Orio Vergani propose di utilizzare il denaro raccolto per premiare il loro libro preferito dell’anno. I presenti alla cena dell’11 novembre si auto-elessero come giuria. Oltre a Oriani, c’era anche lo scrittore Riccardo Bacchelli. Ma molti di loro non erano conosciuti. Come scrisse Paolo Monelli, il gruppo era rappresentato da «due giornalisti, due pittori, un avvocato, un commediografo, tre letterati e un dandy». Tutti però animati dalla passione per la cultura e da spirito di indipendenza. Tanto che tra il 1937 e il 1946 il premio non venne assegnato, perché i giurati non volevano rischiare di subire imposizioni dal regime. Ma quello fu l’unico periodo di sospensione nell’arco di un secolo. Dal 2005 a presiedere il premio è la giornalista Isabella Bossi Fedrigotti. La storica trattoria di via Bagutta ha chiuso i battenti nel 2017, e la sua collezione di oltre 400 opere (dipinti, disegni, menù autografati) è andata dispersa. Ma il premio continua a vivere. A vincere l’edizione 2026 è stato Domenico Starnone con il libro Destinazione errata (Einaudi).

La cerimonia di premiazione di questa edizione del centenario si è tenuta a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, alla presenza del sindaco Giuseppe Sala. Ed è stata anche allestita una mostra, conclusa lo scorso 2 aprile, che ha ripercorso un secolo di storia del premio.