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Che l’avversario sia il cronometro o la fibrosi cistica, Rachele Somaschini ha un solo imperativo: lottare. Sempre

Dai vertici del Campionato Italiano Rally fino all’impresa storica della Dakar Classic 2026, Rachele Somaschini, milanese, classe 1994, non ha mai smesso di alzare l’asticella. Prima pilota italiana a guidare un equipaggio tutto al femminile su un camion nel leggendario raid in Arabia Saudita, la Somaschini ha consolidato il suo ruolo nel panorama del motorsport internazionale non solo per i tempi cronometrici, ma per la capacità di gestire una carriera ad alto livello convivendo con la fibrosi cistica: una patologia genetica degenerativa, che causa la produzione di muco denso e, se evolve, può ostruire i polmoni e creare problematiche anche ad altri organi. La sua storia è la prova che nessun traguardo è precluso quando la determinazione è più forte della malattia.

Com’è andata quest’incredibile avventura?

È stata un’esperienza unica, ma estremamente dura. Per me era il debutto assoluto: non l’avevo mai fatta e, nonostante i racconti, finché non la vivi non puoi capire davvero cosa ti aspetta. E pensare che ero nel luogo dove sono piovuti i missili dopo meno di due mesi dalla nostra partenza mi procura un’ansia incredibile. Tornando all’avventura, le difficoltà sono state tantissime, a partire dai ritmi massacranti. Percorrevamo più di 800-900 chilometri al giorno, per un totale di 7200 km, in un circuito ad anello con partenza e ritorno da Yanbu, di 13 tappe. Tra cui la tappa Marathon dove si corre in profondità nel deserto, in cui per 48 ore non c’è assistenza, ti devi portare dietro la tenda, i ricambi del camion, essere in grado di non fare danni altrimenti ti devi ritirare e la tappa di riposo a Riyadh, l’occasione per effettuare le giuste riparazioni, recuperare un po’ di calorie e ricaricarsi per proseguire. C’erano più di 25 camion storici e noi siamo arrivate quinte assolute e quarte della nostra categoria. Il nostro camion, tra l’altro, era da oltre 44 quintali di peso, del 1988, più vecchio rispetto a quello dei nostri avversari, con zero elettronica, dunque puramente meccanico, cosa che ha reso lo sforzo, anche fisico, molto faticoso. Al mio fianco ho scelto Serena Rodella, nel ruolo di seconda pilota e meccanica con al suo attivo un decennio di competizioni in fuoristrada e Monica Buonamano, come navigatrice che ha sul campo un’esperienza ultratrentennale e vittorie nei rally storici, endurance e cross-country, oltre alla partecipazione alle ultime tre edizioni della Dakar Classic come copilota su auto e camion. È stata un’impresa enorme considerata anche la mia patologia. Ho fatto di tutto per prepararmi e arrivare alla Dakar tranquilla, senza paura. Avevo a disposizione un camper per la notte che mi ha permesso di seguire le terapie respiratorie mattina e sera, in un ambiente il più sterilizzato possibile, con l’assistenza del mio compagno Mattia. Il camion non l’avevo mai guidato. Ho dovuto prendere la patente in tempi record e il risultato è stato oltre le aspettative, pensare che c’era gente che ci dava per spacciate già dal primo giorno. Emozione grandissima, mi sono sentita veramente wonder woman.

Quali le differenze rispetto alle altre gare?

Alla Dakar ogni giorno è diverso, nel senso che i primi giorni il terreno è roccioso poi abbiamo iniziato alcune parti sabbiose per arrivare a dune parecchio alte. È stata tosta per la guida ma anche per la sopravvivenza. Non si faceva a tempo a finire la giornata, mettere quello che avevi imparato nel tuo bagaglio di esperienza poi il giorno seguente cambiava tutto. I rally sono gare più corte. Per rendere l’idea, nella gara di mondiale rally che ho fatto nel 2025 tutta la gara non è lunga nemmeno come una tappa della Dakar, che aveva singole prove anche di 400 km, quindi le lunghezze sono decisamente ben diverse. Anche la navigazione è diversa. Nei rally la strada è tracciata e il tuo navigatore ti detta le note che precedentemente gli hai dato. È fatta proprio da destra a due, per sinistra a quattro, cento, addosso, dritto, cose così. La Dakar invece è a orientamento. Non sai cosa ci sarà lungo il percorso, se ci saranno curve, canyon o altro ancora. Si basa sulla precisione nel seguire i CAP (gradi della bussola) indicati nel roadbook e nel validare i Waypoint (punti di controllo GPS) nascosti o visibili per evitare penalità ma soprattutto per non perdersi. Fino al 2017, invece, correvo in pista e nelle cronoscalate (gare in salita). Sono passata da un estremo all’altro del motorsport, dalle competizioni in circuito , dove si ripetono giri in una pista e l’unica sfida è contro il tempo, alle gare su strada (i rally si corrono su strade pubbliche chiuse al traffico durante l’evento), dove l’imprevisto è la norma perché le condizioni cambiano ad ogni metro, il percorso è lungo e ci sono insidie dietro ogni curva.

Come nasce la tua passione per i motori?

Me l’ha trasmessa mio papà. Lui correva in macchina, è stato sempre molto appassionato, mi portava alle sue gare. In realtà non ha corso tantissimo, come ho fatto e sto facendo io, perché poi si è dedicato totalmente al lavoro. Era molto attivo negli anni 2000 quando io ero ancora piccolina. Poi abbiamo debuttato in coppia nel 2013 all’Autodromo di Monza con una Giulietta storica. Lui dopo poco ha appeso il casco al chiodo per concentrarsi a seguire me. Invece io ho fatto della mia passione la mia professione. Sono pilota, cerco gli sponsor, mi organizzo le stagioni. Poi faccio anche l’istruttrice di guida sicura, test drive di vetture per scrivere le recensioni sui giornali, speech motivazionali per le aziende, cosa che mi viene naturale essendo abituata a combattere nelle gare e nella vita di tutti i giorni. La passione è il carburante di tutto. Sempre e comunque.

Quali i drammi e quali le soddisfazioni?

Con questa malattia la difficoltà sta nel fare programmi. Essendo una patologia degenerativa ci sono dei momenti in cui stai bene, altri in cui è sufficiente prendere un raffreddore e questo può trasformarsi in qualcosa di molto pericoloso, pesante. A me è successo diverse volte di dover fare terapie antibiotiche molto lunghe in ospedale e dunque saltare le gare. È la malattia a dettar legge. Nel 2023 stavo facendo il campionato europeo, ho preso un batterio che mi ha costretto a stare più di 50 giorni in ospedale. Per informare la gente, perché in pochi la conoscono e in più è invisibile e subdola, e per supportare la ricerca sulla malattia, ho creato il progetto Correre per un respiro. È nato quando ho fatto la mia prima gara nel 2013, e ad oggi ha raccolto oltre 550 mila euro di donazioni destinate a progetti di ricerca della Fondazione Ricerca sulla Fibrosi Cistica. È itinerante e da allora mi segue nelle gare. Esiste il sito correreperunrespiro.it con i gadget motorsport che le volontarie della Fondazione portano anche alle mie gare. Nel 2023 è uscito il mio libro edito da Baldini e Castoldi titolato anch’esso Correre per un respiro, dove racconto la mia storia. Sono stati fatti passi da gigante, rispetto a quando sono nata nel 1994, quando ai miei genitori avevano detto che non sarei arrivata all’età adulta, in quanto l’aspettativa di vita era di circa 20 anni. Da cinque anni ci sono dei farmaci che chiamo miracolosi, perché permettono di stabilizzare la malattia nel grado in cui è. Tante persone sono uscite dalla lista del trapianto polmonare perché hanno cominciato a star bene. Questa terapia però non è per tutti, solo per un 70 per cento delle mutazioni. Quindi adesso con Correre per un respiro cerchiamo di sostenere la ricerca affinché si arrivi a trovare Una cura per tutti, così che tutte le persone affette da fibrosi cistica possano beneficiarne.

Il tuo prossimo obiettivo?

In realtà per me la Dakar è stata la realizzazione e la coronazione di un sogno totalizzante. Ovviamente desidero continuare a migliorare. Se riuscirò a correre nel campionato italiano spero di vincere un altro titolo. Dal punto di vista personale, invece, è quello di riuscire ad avere un figlio, altra cosa complessa per chi ha questa patologia. A giugno intanto mi sposo, poi si vedrà. La gravidanza va sicuramente programmata e pensata per bene, non si può viverla con leggerezza come succede normalmente alla maggior parte delle donne. Attualmente facciamo tanta sensibilizzazione per fare il test del portatore sano, perché è molto più avanzato rispetto a una volta e rileva la maggior parte delle mutazioni. È caro, ma è sufficiente lo faccia uno solo dei due genitori, in quanto per mettere al mondo un bambino affetto da fibrosi cistica bisogna essere entrambi portatori del gene mutato. Poi personalmente ho sempre cercato di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, è l’attitudine che consiglio di avere, oltretutto oggi la fibrosi cistica è molto meno spaventosa di una volta. Anche se, mi sento di ricordarlo, quando si passano dei momenti brutti, faticosi e provanti, ti godi ancora di più le cose belle. Lo dico perché quando arrivo a casa dopo aver passato diverse settimane in ospedale anche la pasta al sugo o il risotto giallo di mia mamma mi sembrano un lusso incredibile. Ciò detto, mi dà parecchio fastidio che alcune persone pensino che mi faccio pubblicità creando tutto questo “teatrino” per aiutarmi a correre. Ecco vorrei vederle vivere solo un giorno con la fibrosi cistica per osservare come l’affrontano. La cattiveria non ha limiti. È però altrettanto vero che ho tanti super fan. Quando sono in gara ci sono mille striscioni, mille persone fuori dalla tenda che tifano per me, senza contare i 120mila follower sui vari social che mi permettono di promuovere la ricerca, supportando la causa e li ringrazio.