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Storie e segreti di un sistema millenario di fare impresa

L’azienda familiare più antica al mondo, eccezion fatta per un paio di alberghi giapponesi dal nome francamente impronunciabile, è italiana. È la Marinelli di Agnone, borgo di cinquemila anime scarse in provincia di Isernia. Data di fondazione: 1040 dopo Cristo, un’epoca in cui si cominciava appena a vedere un po’ di luce alla fine del tunnel dei secoli bui. Oggi siamo alla ventisettesima generazione. La citiamo più che altro come curiosità, dato che il suo (unico) business, cioè campane per chiese, è un genere, come si può intuire, estremamente di nicchia. Ma, al di là di tutto, è ad ogni modo sintomatico di un fatto: qui da noi famiglia e impresa sono un binomio inossidabile, un nunc stans insensibile, almeno all’apparenza, agli scossoni epocali, una variazione, diciamo così, dell’adagio gattopardesco: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che nulla cambi. Da sempre. Difficile stabilire se per sempre. Ad ogni modo l’ultimo report del Global 500 Family Business, stilato ogni due anni da EY e Università di San Gallo certifica una presenza tricolore (quarta a livello globale dopo Usa, Germania e Francia) costituita da nomi che non hanno bisogno di presentazioni: Exor, Benetton, Salini, Marcegaglia, Cremonini, Barilla, Fininvest, De Agostini, Danieli, Prada, Esselunga, Grimaldi, Menarini, Mapei, Ferrero, Tenaris (queste ultime due sulla carta lussemburghesi, ma di proprietà di famiglie italianissime). Una pattuglione di pesi massimi che si distingue anche per l’aumento dei ricavi (+12%). Meglio ancora siamo messi in classifica (primi pari merito coi cugini d’Oltralpe) se si va poi a vedere l’elenco degli affiliati della più prestigiosa associazione di aziende familiari storiche, la francese Les Hénokiens, per entrare nella quale ci vogliono almeno 200 anni di comprovata attività. Qui sono 14, su un totale di 57, i nomi di casa nostra. Ne citiamo solo alcuni (in ordine alfabetico): Acetaia Giusti, Amarelli, Beretta, Cartiera Mantovana, Colussi, Luxardo, Vitale Barberis Canonico.

Volendo dare un’idea del fenomeno cominciamo col dire che in Italia oltre il 70% delle aziende industriali e dei servizi - un paio di milioni di realtà - hanno una struttura di tipo familiare. Sono ben 11.600 le imprese di questo tipo con fatturato superiore ai 20 mln di euro. Sono le cosiddette “multinazionali tascabili”, quelle che esportando e investendo ci consentono di essere il secondo Paese manifatturiero in Europa. Hanno 2,8 milioni di dipendenti (7,3% in più di occupazione rispetto al 2019) e rappresentano il 75% del mercato azionario. Altro dato significativo: il loro tasso di crescita, dal 2019 al 2022, è stato di 10 punti superiore rispetto alle imprese non familiari.

Il perché e il percome delle ragioni profonde dell’imporsi e del perdurare del capitalismo familiare italiano l’abbiamo chiesto ad Antonio Calabrò, manager, giornalista e scrittore, uno dei massimi conoscitori della materia, direttore della Fondazione Pirelli, presidente di Museimpresa e presidente onorario della napoletana Assocentenari, una delle tre associazioni che raggruppano aziende familiari e/o storiche. Le altre due sono Uicitalia (Unione Imprese Centenarie Italiane di Firenze) e Aidaf (l’Associazione Italiana delle Aziende Familiari di Milano, la più importante quantitativamente parlando a livello nazionale, con oltre 280 aziende associate che rappresentano approssimativamente il 16% del PIL). «Ricordiamoci sempre – esordisce Calabrò – quel che diceva lo storico dell’economia Carlo Cipolla: gli italiani sono abituati all’ombra dei campanili a fare cose belle che piacciono al mondo. E alla base di ciò c’è la famiglia, con la sua storia, le sue tradizioni, i suoi legami ancestrali col territorio derivanti anche dal modo di produzione agricola, in una miriade di declinazioni che ha un riflesso, non casuale, nella ricchezza artistica del nostro Paese, nata in botteghe dove le competenze tecniche erano alla base della creazione del bello. La frammentazione politica e culturale, per altri versi un nostro tallone d’Achille, è il terreno dal quale è fiorita la grande varietà di competenze artigiane che con la Rivoluzione Industriale sono poi entrate nella modernità dando impulso alla crescita economica della nazione. Se escludiamo Torino, l’Italia non è paese di company town ma presenta un tessuto (si pensi ai distretti dell’industria e dei servizi di Milano, Bergamo e Brescia, o alla motor e packaging valley emiliane) con caratteristiche di estrema differenziazione. Il Leitmotiv è rappresentato da una spiccata propensione all’innovazione e di vedere nel lungo periodo, cosa quest’ultima che una guida esclusivamente manageriale non può assicurare». Dopo le luci, vediamo qualche (possibile) ombra: «Escludendo i casi di degenerazione nel familismo gretto e miope, che sono rari, – aggiunge Calabrò – vedo più che altro potenziali fattori di rischio esogeni: i dazi, la transizione ambientale e digitale, la sfida dell’intelligenza artificiale, la feroce competitività introdotta dalla globalizzazione. Questi potrebbero costituire elementi di disruption. Vedremo. Ma tuttavia resto ottimista».

Centrale, in questo contesto, la capacità di coniugare valori diversi. Qualcuno ha coniato il neologismo “tradinnovazione”. Le imprese familiari longeve, che sono la tipologia esaminata qui, sono quelle il cui specifico tratto distintivo è l’aver mantenuto vivi la memoria del passato e il sogno del futuro, in un quadro, come emerge da un rapporto di Unioncamere, di vita medie delle imprese italiane di appena 12 anni. Ricerca della bellezza, tenacia, fiducia, umiltà, l’ascolto e il dialogo coi mercati, l’attenzione al territorio. Questi i valori immateriali che hanno permesso e permettono a molte di loro di resistere a turbolenze politico-economiche di ogni genere. Scorriamo allora il palmarès delle famiglie sulla breccia da 100 anni e passa. Sul podio, per longevità, troviamo la Ricasoli di Gaiole in Chianti. Fanno vino dal 1141. Famiglia con albero genealogico risalente all’epoca di Carlo Magno, vanta tra gli avi Bettino Ricasoli, il “barone di ferro”, che ricoperse la carica di ministro del consiglio per due mandati nell’Italia unita del dopo Cavour. A guidare oggi l’azienda (1.200 ettari di cui 240 di vigneto e 26 coltivati a ulivo che circondano il castello di Brolio) è Francesco Ricasoli, 32ª generazione. Siamo nel cuore del Chianti classico. Dice: «Mi considero un barone-operaio. Mi piacciono le cose concrete. Sento molto la responsabilità verso la tutela del nostro territorio. E quando mi affaccio dalle mura del castello ho l’impressione di essere agli Uffizi e di ammirare un capolavoro del Rinascimento». Poi c’è la Fabbrica d’Armi Pietro Beretta di Gardone Val Trompia, come industria la più vecchia al mondo, alla soglia delle 500 candeline, un marchio legato ai nomi di D’Annunzio, Hemingway e James Bond. «Tutto ha avuto origine da Bartolomeo Beretta – ha raccontato Franco Gussalli Beretta al Club Italie-France –. Conserviamo ancora un documento, datato 3 ottobre 1526, in cui si attestava la vendita alla Repubblica di Venezia, di 185 canne di archibugio per 296 ducati. In 500 anni ci siamo evoluti da piccola realtà artigiana a multinazionale leader nel proprio settore. Il grande salto lo si deve a mio padre Ugo con il contratto per la fornitura di pistole all’esercito Usa a metà degli anni ‘80. Ora al vertice ci siamo io e mio fratello Pietro, con l’obiettivo di guidare l’azienda attraverso le sfide di una transizione digitale e sostenibile. Al nostro fianco inizia a muovere i primi passi mio figlio Carlo. Guardiamo al futuro con una certezza: le pagine più belle della nostra storia sono ancora da scrivere». Dalla Lombardia alla Calabria. Mille chilometri di distanza, ma per certi versi e con tutte le differenze del caso, il succo non cambia. Anche qui una storia ricca di passione, cultura, impresa e tradizione. La Amarelli di Rossano produce liquirizia dal 1731. La parola a Fortunato Amarelli: «Noi nasciamo tra Calabria e Abruzzo. Fino alla fine del XVIII secolo la liquirizia veniva utilizzato come medicinale poi il progresso della farmaceutica ne ha praticamente eliminato l’impiego. Così ci siamo riciclati in industria dolciaria. A partire dagli anni ‘90 il turnaround: più attenzione verso la presentazione del prodotto grazie a un design molto raffinato delle confezioni. Oggi vendiamo le nostre caramelle in 27 Paesi. Il mercato di riferimento, parrà strano, è la Danimarca, che costituisce la porta d’ingresso ai paesi scandinavi. Lì la liquirizia va via come il pane. Qui a Rossano, nel quattrocentesco palazzo di famiglia, dal 2001 abbiamo aperto il Museo della Liquirizia, il museo d’impresa più visitato in Italia dopo quello della Ferrari».

Torniamo al nord, più precisamente in Brianza, a Monza. Dove ha sede il Gruppo SOL, specializzato nella produzione di gas tecnici per la maggior parte dei settori industriali (siderurgia, chimica, farmaceutica, alimentare). È presente in 32 paesi con 7.400 dipendenti. Quotata in Borsa dal 1998, compirà cent’anni nel 2027. Rispetto ad altri casi esaminati, la sua caratteristica è che qui le famiglie sono addirittura due. «SOL nasce nel 1927 dall’iniziativa di due amici monzesi, mio nonno Aldo Fumagalli e Giovanni Annoni – spiega Matteo Fumagalli Romario –. L’alleanza tra le nostre due famiglie prosegue solida ormai da quasi un secolo. Gli Amministratori Delegati del Gruppo sono sempre stati Annoni e Fumagalli. Oggi il Gruppo è condotto dalla terza generazione, e mio fratello Aldo Fumagalli Romario riveste la carica di Presidente ed Amministratore Delegato e Marco Annoni quella di Vice Presidente ed Amministratore Delegato, con pari poteri a quelli di Aldo. Aldo e Marco sono supportati da me, da nostro cugino Giulio e da un cugino di Marco, Giovanni Annoni. L’unità di intenti e l’armonia tra le nostre famiglie è essenziale e viene coltivata con frequenti incontri tra le famiglie ed in azienda tra noi cinque Annoni-Fumagalli. La forza delle aziende a controllo familiare è quella di poter prendere decisioni sul lungo e lunghissimo termine».

All’orizzonte c’è, infine, un po’ per tutti, l’insidiosa sfida del ricambio generazionale. Gli esempi di “figli di papà” che non si sono dimostrati all’altezza non mancano. Ma anche su questo fronte prevalgono i segnali positivi. «I nostri numeri – commenta Cristina Bombassei, presidente di Aidaf – confermano che le imprese familiari che hanno effettuato il cambio di testimone hanno mostrato eccellenti performance in quanto a redditività, produttività e solidità patrimoniale. L’evoluzione dei modelli di leadership e del grado di diversity [cioè donne al vertice, ndr] testimonia la transizione verso modelli di governance sempre più evoluti».

Banco di Desio nel solco delle origini

L’atto notarile riporta la data del 4 di agosto del 1909 “regnando S.M. Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e volontà della Nazione Re d’Italia”. Nasce la Cassa Rurale di Desio, che a metà degli anni Venti cambierà denominazione in Società Anonima Banco di Desio. Tra le finalità dello statuto “il miglioramento morale ed economico” del territorio. 116 anni dopo, sono parole che hanno ancora un loro peso ben preciso. Azienda privata a controllo familiare, il Banco può vantare una lunga continuità di amministrazione da parte delle famiglie Gavazzi e Lado, conservando così le qualità di fondo che lo caratterizzano praticamente dalla sua fondazione.

«In un mondo da allora profondamente cambiato – dice Agostino Gavazzi –, noi non abbiamo mai dimenticato le nostre radici, le origini da cui la storia del Banco ha preso avvio e le caratteristiche del contesto socioeconomico nel quale la banca ha iniziato a operare: la Brianza. Imprenditorialità diffusa, intraprendenza, pragmatismo, cultura del lavoro e del prodotto, capacità di innovazione e rapidità di cambiamento. Per la nostra banca è stato naturale vivere la propria attività con analogo spirito e accompagnare lo sviluppo delle aziende in coerente condivisione di tali valori di fondo».